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Bhagavad Gita – Come realizzare se stessi

July 9th, 2011 No comments

La Bhagavad Gita (o Bhagavadgītā, o Bagavad Gita) è il più popolare poema indiano, scritto con l'obiettivo di mostrare agli uomini come realizzare se stessi. Facente parte del Mahābhārata, il più grande poema epico della tradizione indiana, è soprattutto letto come opera a sé. La Gita, come viene di solito chiamata per brevità, è un'opera di carattere religioso e filosofico in forma poetica. L'interpretazione spirituale della Bhagavad Gita deve essere connessa con la società dei tempi in cui è stata scritta: poco dopo l'epoca dei due grandi riformatori Mahavira (fondatore del jainismo) e Buddha, l'induismo era indebolito. Molti si erano convertiti alle nuove religioni, e a parte quello le critiche fatte alle dottrine classiche della religione vedica erano pesanti e pericolose: il rifiuto dei sacrifici animali che erano alla base dell'induismo, il rifiuto alle divisioni castali, il vivere una vita ritirata e spesso nel celibato, quindi senza creare degli eredi per la famiglia, ed in generale la maggior spiritualità di jainismo e buddhismo metteva in luce la meccanicità e la freddezza del vecchio induismo, per il quale bastava che compissi i tuoi doveri di casta e i sacrifici, senza bisogno di avere alcuna morale, come un puro scambio commerciale con la divinità a cui tu fai un sacrificio e lei obbligatoriamente deve darti una ricompensa (visione questa frutto delle origini magiche dei veda, per cui erano non tanto preghiere per chiedere aiuto agli dei, ma formule magiche e riti per obbligarli ad aiutarti).

La Bhagavad Gita invece si pone su un piano superiore, su un piano spirituale e morale, e cerca di rispondere alle critiche di Mahavira e di Buddha giustificando il modo di vivere proprio dell'induismo, quindi sottolineando l'importanza di compiere i doveri della propria casta, minimizzando il fatto che si possa uccidere o rimanere uccisi, e criticando coloro che invece di vivere si tirano indietro rifugiandosi in meditazione al di fuori della società.

La Gita insegna pure che non è necessario rinunciare al mondo. Non vi dev'essere alcun vero conflitto fra vita ordinaria e vita spirituale: tutto quel che è necessario è agire liberi da attaccamento.
(Jean Campbell Cooper)

La Gita è un dialogo tra Krishna e Arjuna, nel momento in cui prima di iniziare la battaglia contro i suoi parenti e amici Arjuna ha dei dubbi e non vuole andare perchè non vuole ucciderli. Krishna, reincarnazione di Vishnu e simbolo dell'atma, l'anima universale che pervade tutto ciò che esiste, lo rassicura e ribatte a tutte le sue obiezioni cercando di mostrargli la strada giusta da seguire, quelle del Karma Yoga (cioè il "sentiero dell'azione"), Jñāna Yoga, Raja Yoga e Bhakti Yoga.

La Bhagavad Gita è un'opera fondamentale del sapere umano, ed ha ispirato molte persone in India (come ad esempio Ghandi, che sulla Gita scrisse un libro),  nonostante sia un libro che affronta temi della tradizione induista se accompagnato da un buon commento può essere letto da tutti.

L’Infinito di Leopardi

June 25th, 2011 No comments

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

L’infinito di Giacomo Leopardi è la sua poesia più famosa, e per certi versi si può definire una poesia sulla Poesia.

La poesia, infatti, si avvale di termini volutamente incerti e indefiniti, come lo stesso Leopardi sosteneva, parole come sognare, vagare, tenebre, nebbia, fanno pensare a qualcosa che sta al di là di ciò che evoca la parola, soprattutto nel contesto della poesia (diverso è se sentiamo le previsioni del tempo che parlano di nebbia in val padana). L’infinito è il concetto più incerto e indefinito per eccellenza perchè la mente umana non può concepirlo, gli uomini riescono a immaginare solo cose finite e l’infinito è argomento solo della poesia e della matematica.

Se pensiamo a come viviamo oggi sia il tempo che il modo di vivere di Leopardi ci sembrano impossibili. Chiuso nella piccola città di Recanati, Leopardi viveva in un mondo chiuso senza possibilità di andare da nessuna parte, solo nella seconda metà della sua breve vita proverà ad entrare nel mondo andando a Roma e poi in diverse altre città italiane, ma alla fine sempre in maniera precaria, senza avere i soldi e le capacità per vivere una vita indipendente e che non fosse alla fame e al freddo.
L’Infinito rappresenta anche questa caratteristica della vita di Leopardi, questo odio per quel mondo ristretto in cui era ingabbiato e la sua possibilità di oltrepassarne i confini solo con la fantasia. Si tratta del grande merito di Leopardi di essere riuscito a sopravvivere nonostante tutto, e diventando un grande letterato, e anche del suo grande limite perchè non riuscì mai a costruirsi una vita sua, a liberarsi della casa in cui era nato, del suo vivere solo per se stesso.

Non è vero che Leopardi fosse pessimista ed infelice perchè aveva la gobba ed era brutto, non riusciva a vedere altro che il dolore del vivere perchè non è mai riuscito ad emanciparsi, ad avere abbastanza soldi per vivere da solo lontano dall’ambiente familiare e intellettualmente povero di Recanati, così l’unica espressione che è riuscito a trovare di se stesso è stato nello scrivere, e non poteva scrivere della felicità che non aveva mai conosciuto. Anche quando si allontanò da Recanati visse alle spalle dell’amico Ranieri, o alla disperata ricerca di qualcuno che lo pagasse per pubblicare qualcosa, non essendo indipendente e sereno non poteva essere se stesso, la malattia e il suo naturale pessimismo poi fecero il resto.

L’Infinito sembra non aver tracce di questo pessimismo, sembra solo una poesia sognante, ma sottende la situazione di prigionia vissuta dal poeta, che può solo sognare il mondo che sta al di là di quella collina, e anche se il sogno e la poesia che ne derivano sono molto belli, rimane sempre una realtà triste e tragica quella che vive Leopardi, una realtà che se non esistesse non avrebbe mai potuto ispirare le parole dell’Infinito.

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L’Antologia di Spoon River – poesie di Edgar Lee Masters

June 14th, 2011 No comments


Non avete mai pensato che la libertà individuale
è la libertà della mente,
non la libertà del ventre?


Dare un significato alla vita può sortire follia,
ma la vita senza significato è la tortura
dell’irrequietezza e del desiderio vago
è una nave che anela il mare eppure lo teme

L’antologia di Spoon River è stata una delle più grandi opere di poesia del ventesimo secolo, creata dall’americano Edgar Lee Masters un secolo fa.
Il libro è una raccolta di poesie in cui si descrivono i morti del cimitero di questa ipotetica città di Spoon River, parlando delle passioni che hanno caratterizzato la loro vita, dei loro peccati, dei loro rimpianti o della pace trovata dopo la morte, della falsità della gente e della vanità della vita.

Non è un caso che le cose migliori che l’America ha prodotto siano sempre state contrarie alla sua cultura dominante: oggi gli americani sono orgogliosi ad esempio di Martin Luther King, ma quando era vivo rappresentava per molti americani una vergogna per come mostrava l’ipocrisia della libertà della società americana, che in realtà negava la dignità alla metà della sua popolazione solo per il colore della sua pelle. La cultura americana è bellicista, individualista, anarchica nel senso peggiore del termine (cioè non nel senso della critica al potere e della libertà intellettuale, ma del diritto di ognuno a farsi gli affari propri senza essere disturbato dal governo, capitalista fino all’estremo di sacrificare alla libertà del mercato la vita degli individui che al mercato si devono piegare).
L’antologia di Spoon River, con poesie pacifiste, contro il capitalismo che fa l’interesse dei più ricchi e rovina il popolo, contro il clero troppo ipocrita e attaccato ai beni e alle passioni terrene, contro l’eccessivo interesse per la materialità, perchè alla fine tanto dopo la morte tutto quello che abbiamo passerà a qualcun altro, e ciò che resterà e ci rimarrà sarà solo ciò che siamo stati e ciò che abbiamo fatto, era rivoluzionaria anche per quell’epoca, in cui Ford incominciava la produzione in serie della Ford T, la prima macchina per le persone comuni, e in cui di lì a qualche anno sarebbero arrivati i supermercati e i centri commerciali; ma ancora più rivoluzionaria è oggi nel mondo del consumismo sfrenato, delle guerre globali (che sarebbe meglio definire massacri globali), del materialismo più freddo e ignorante.

L’importanza delle poesie dell’antologia di Spoon River sta nella loro semplicità, sono scritte in una lingua facilmente accessibile a tutti, sono comprensibili e moderne, e tutte, in un modo o nell’altro, parlano del senso della vita, di ciò per cui una vita merita o non merita di essere vissuta. Tutti gli uomini, chi più chi meno, hanno commesso e commettono certi errori dei personaggi del libro di Edgar Lee Masters: c’è chi non trova il coraggio di vivere, chi è diventato famoso ed ora tutti i giornali parlano delle sue relazioni, ma poi da morto sarà dimenticato, chi è un imprenditore e specula facendosi dare soldi dai piccoli risparmiatori per poi dichiarare fallimento, cho vive con una moglie o un marito che odia ma non ha il coraggio di lasciare, chi si nasconde per paura dei pregiudizi della gente, e chi non si nasconde e per i pregiudizi vive in miseria. Tutti possiamo trovare qualche nostro difetto da correggere, qualche atteggiamento che ci fa solo stare male, che ferisce gli altri, che ci fa perdere tempo, che ci impedisce di essere felici, ed è particolarmente efficace sentire delle persone ormai morte, che non possono più tornare indietro, parlare di questi argomenti, perchè se anche noi proseguiremo sulla nostra strada un giorno saremo anche noi nella tomba in quel modo.

Il miglior modo per capire se ciò che siamo e ciò che facciamo è giusto è pensare se saremmo contenti di morire vivendo in questo modo, se vorremmo essere ricordati per ciò che stiamo facendo; se non è così, allora vuol dire che stiamo sbagliando tutto, anche se ci diciamo magari che è solo un periodo, che adesso non abbiamo tempo ma in futuro sarà diverso, che dobbiamo pensare ai soldi e a guadagnare adesso e una volta fatti i soldi potremmo pensare ad altro, che prima dobbiamo aspettare che i figli crescano e intanto dobbiamo solo occuparci di loro. Questo non solo perchè potremmo anche morire oggi, ma anche perchè non è detto che poi troveremo il tempo per fare od essere quello che vogliamo: ad esempio la prostituta che dice di volersi prostituire solo per qualche tempo per fare un po’ di soldi si può abituare a spendere tanto, o può incominciare a drogarsi ed avere sempre bisogno di soldi, continuando a prostituirsi fino a che non diventa vecchia; oppure la madre che vive solo per il suo bambino potrebbe rimanere incinta altre due o tre volte, e quando anche l’ultimo bambino è cresciuto potrebbe essere già arrivato il primo nipotino, così questa donna potrebbe finire per non avere mai la possibilità di pensare a se stessa come individuo, e alla sua vita come qualcosa di più che occuparsi e sacrificarsi continuamente per dei bambini.

L’antologia di Spoon River fu a lungo vietata in Italia, perchè per il fascismo le idee antimilitariste e anticonformiste erano pericolose e contrarie ad una società fascista; nell’epoca fascista del resto gli inni patriottici ed al duce erano l’unica forma di “poesia” accettata dal regime, infatti proprio allora si sviluppò l’ermetismo, che era un tentativo degli scrittori italiani di nascondersi dalla censura. Forse le uniche poesie che per schiettezza possono ricordare quelle di Edgar Lee Masters in Italia sono quelle di Belli e Trilussa, purtroppo la semplicità e l’immediatezza non hanno mai fatto parte della cultura letteraria italiana, sia in prosa che in poesia, e non solo durante il fascismo.

La Spigolatrice di Sapri – Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti

June 4th, 2011 No comments

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Me ne andavo un mattino a spigolare
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore,
e alzava una bandiera tricolore.

All’isola di Ponza si è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
ma s’inchinaron per baciar la terra.
Ad uno ad uno li guardai nel viso:
tutti avevano una lacrima e un sorriso.

Li disser ladri usciti dalle tane:
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
Siam venuti a morir pel nostro lido.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano, gli chiesi: – dove vai, bel capitano? –
Guardommi e mi rispose: – O mia sorella, vado a morir per la mia patria bella. –
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: – V’aiuti ‘l Signore! –

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare:
due volte si scontraron con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi.

Ma quando fur della Certosa ai muri,
s’udiron a suonar trombe e tamburi,
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
piombaron loro addosso più di mille.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Eran trecento non voller fuggire,
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano;
fin che pugnar vid’io per lor pregai,

ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

La spigolatrice di Sapri è la più famosa, anzi l’unica, poesia famosa di Luigi Mercantini. Descrive lo sbarco e la morte di Carlo Pisacane nel regno di Napoli vista dagli occhi di una semplice contadina.

Non è che il risorgimento e la sua retorica siano particolarmente belli, quei timbri che sono gli stessi dell’inno di Mameli e che parlano sempre di patria, sacrificio, sangue, morti, fucili, assalti, destini… quando poi il realtà erano ben pochi quelli che credevano in questi ideali, e forse molti di loro erano anche un po’ fanatici, e certamente in ogni caso sbagliavano a voler fare l’Italia ad ogni costo, anche senza l’appoggio del popolo, solo perchè a loro piaceva l’idea.

Carlo Pisacane era una di queste persone: repubblicano, mazziniano e patriota italiano, pensava che una volta sbarcato i contadini si sarebbero sollevati e avrebbero fatto la rivoluzione, invece capirono che se il re avesse pensato che erano d’accordo con lui sarebbero stati decapitati come traditori, e quindi fecero a pezzi Pisacane ed i suoi pochi uomini. Quando poi qualche anno dopo venne Garibaldi i siciliani reagirono come Pisacane pensava avrebbero fatto i napoletani, ma lo fecero solo perchè capirono che i tempi erano maturi e Garibaldi avrebbe vinto, e in piccola parte per via del prestigio di Garibaldi, che a differenza di Pisacane era molto conosciuto.

La poesia rimane come lapide del risorgimento, del suo modo di sentire e di fare, dei suoi drammi e dei suoi difetti, e di quelle virtù che sono il coraggio e il senso del dovere, e la volontà di cambiare la storia e migliorare il mondo col sudore ed il sacrificio.

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