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Autobiografia di Malcom X

September 4th, 2011 No comments

Non amo gli Stati Uniti in genere, ci trovo poche cose interessanti e di valore, soprattutto oggi. La storia americana invece è molto interessante, purtroppo tutti invidiano e ammirano la potenza industriale e tecnica degli americani ma quasi nessuno conosce George Washington, Thomas Jefferson, Edison, Lincoln, le idee della dichiarazione di indipendenza e della costituzione, o le lotte per i diritti politici e civili dei neri americani.

La società americana è nata ingiusta: i coloni lottavano con gli indiani, poi quando furono abbastanza numerosi e organizzati li massacrarono; intanto costantemente si facevano la guerra tra loro per ottenere concessioni di terreni e miniere, e nel far west le pistole valevano più della legge. In una simile società la schiavitù doveva apparire naturale, e non certo il peggiore dei mali, ed è così che la liberazione degli schiavi da parte di Lincoln avvenne dopo che nella dittatoriale Russia zarista erano stati liberati i servi della gleba, ed in entrambi i casi questa liberazione si tradusse in un peggioramento delle condizioni di vita degli ex schiavi, che almeno prima avevano un padrone che li sfamava e li alloggiava, ed aveva interesse che rimanessero vivi e mangiassero abbastanza da poter lavorare.

Nel ventesimo secolo l'America era molto più ricca, e l'economia ed il progresso tecnologico avevano migliorato anche le condizioni di vita dei neri, tuttavia il razzismo rimaneva comune, sostenuto dalle leggi razziali che dividevano le scuole, gli autobus e i bagni a seconda del colore della pelle, e il Ku Klux Klan poteva esistere apertamente e attrarre il consenso di tanti bianchi di buona famiglia, nonché di tanti politici.
Fu in questa America che visse e lottò Malcom X. Il suo vero cognome era Little, volle cambiarlo in X perchè gli schiavi prendevano il cognome dei loro padroni non avendone uno loro, ed era così che aveva ereditato il cognome Little, la X significava il rifiuto di quella eredità. Malcom visse subito su di sé il razzismo di quella società: il padre, un pastore battista, fu ucciso da un gruppo di sostenitori della supremazia bianca, la nonna era stata violentata da un bianco, rapporto da cui nacque la madre, che dopo la morte del marito impazzì.

Malcom X visse una giovinezza difficile nel ghetto, dopo aver vissuto con una famiglia adottiva ed essere uscito quasi analfabeta dalla scuola. Inizialmente fece il lustrascarpe, poi insieme con un amico e le rispettive ragazze pensarono di diventare ladri d'appartamento, ma le cose gli andarono male e vennero subito arrestati. Malcom nella sua autobiografia fa notare come le ragazze, che erano bianche, subirono una pena lieve, mentre lui e il suo amico furono condannati duramente sia perchè erano neri, sia, e soprattutto, perchè avevano osato avere delle ragazze bianche "inquinando la razza".

In prigione Malcom ebbe l'incontro con la persona che cambiò la sua vita: John Elton Bembry. Era un carcerato come lui, la prima persona che incontrava in grado di "generare un totale rispetto con il solo uso delle parole". In prigione con lui Malcom incominciò a studiare, prese un vocabolario per imparare il significato di tutte le parole da Aardvark (la prima parola del dizionario inglese, è un formichiere africano) in poi, imparando a leggere, scrivere, parlare e pensare.

Il fratello gli parlò mentre era in prigione della Nation of Islam, una organizzazione che sosteneva che la maggior parte degli antenati dei neri in Africa erano mussulmani, e che quindi avrebbero dovuto convertirsi e creare un loro stato autonomo. Malcom X una volta uscito di prigione entrò così nella Nation of Islam di Elijah Muhammad, che predicava l'odio contro i bianchi che erano dei diavoli, a Malcom questo sembrò vero perchè effettivamente nel corso della sua vita non aveva mai incontrato dei bianchi che fossero con lui buoni e disinteressati.

Crescendo poi Malcom X capirà gli errori di quella organizzazione, che in realtà era stata messa in piedi solo per fare soldi, il suo fondatore Elijah Muhammad si fingeva un santo ma in realtà faceva sesso con molte ragazze della associazione, e quando Malcom lo scoprì se ne andò, dopo che per anni l'aveva idolatrato e ne era divenuto il braccio destro.

Successivamente Malcom X si metterà a capo di un suo movimento e capirà anche che i bianchi non sono dei diavoli, e che molti erano solo ignoranti e tanti erano sinceramente disposti ad aiutarlo nella sua lotta. Continuò a credere nell'Islam come mezzo dei neri di affrancarsi dal loro passato e da quel cristianesimo che aveva sempre giustificato la loro schiavitù stando dalla parte dei padroni ricordando che San Paolo diceva "schiavi siate sottomessi ai vostri padroni", ma abbandonò l'idea che l'Islam potesse essere un collante per anche gli altri neri, continuando quindi la lotta per i diritti civili dei neri solo in nome della giustizia e non della religione.

Malcom X era di tempra più violenta e diretta rispetto a Martin Luther King, e quando disse che era contento della morte di Kennedy e che se lo meritava visto che era rimasto vittima di quella violenza che non era stato capace di arginare, le sue dichiarazioni fecero scandalo in tutta l'America. Ma alla fine non uccise mai nessuno, non promosse mai manifestazioni violente, ed anche lui fu assassinato.

Malcom X rappresenta un esempio sotto molti aspetti: la sua capacità di spezzare le catene col passato, che avrebbero potuto portarlo semplicemente a vittimizzarsi o cercare vendetta nei confronti dei bianchi; l'impegno messo nello studio per diventare un uomo migliore e acquisire gli strumenti per essere utile alla società (e per non essere da essa ingannato, anche Don Milani diceva "ogni parola che non imparate oggi è un calcio in culo che prenderete domani", a denotare come i ricchi usino il dominio della parola per mantenere il potere confondendo gli ignoranti); e il tentativo di creare un mondo migliore, anche se sbagliando qualche volta strada o prendendo posizioni discutibili.

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Almanacco della nuova satira italiana – di Daniele Luttazzi

August 27th, 2011 No comments

Questo libro di Daniele Luttazzi è una raccolta di tutte le battute migliori postate dai visitatori sul blog di Luttazzi.

Daniele Luttazzi ha creato una sezione sul suo blog chiamata "palestrina" in cui allenare chi ha voglia di provarci a fare battute satiriche su argomenti di attualità. Si tratta di una bella iniziativa per chi desidera imparare nella pratica che cos'è la satira, quali sono i meccanismi della risata, e come si può trovare di ogni evento un risvolto ironico (purtroppo ultimamenti il blog di Luttazzi non esiste più e sembra voglia trasferire tutta l'iniziativa su Twitter, qui potete trovare il suo account, che fino ad ora non ha nessun tweet).

La comicità e i comici sono una componente fondamentale della società, vedendo quanto e per cosa la gente ride si possono capire molte cose; ma in un stato come quello italiano in cui non c'è libertà per la satira in televisione, essa costituisce anche un mezzo per informare la gente su fatti che non conosce, o per mostrargli punti di vista differenti che nessuno nei "media mainstream" gli offrirà mai.

L'educazione alla risata ed alla critica satirica è un'educazione alla libertà: libertà intellettuale, politica, e religiosa. Molto probabilmente farà di più questa scuola della risata di Luttazzi per la crescita morale degli italiani di quanto non riuscirà a fare Beppe Grillo col suo blog ed il suo movimento, perchè coloro che seguono Grillo lo fanno come un gregge belante, sono pochi quelli che si sono dati alla politica attiva e con la testa sulle spalle avendo delle loro idee ed ispirandosi agli ideali di Beppe Grillo, la stragrande maggioranza della gente si limita a leggere il blog o al massimo a postare messaggi, quasi sempre di elogi ciechi o di insulti. L'idea di Luttazzi invece, per quanto coinvolga molte meno persone, cerca di coinvolgerle attivamente, possibilmente nella creazione di nuove battute satiriche, o quantomeno nella analisi e nella riflessione di ciò che funziona e ciò che non funziona nella satira.

Certo è facile domandarsi "e a che mi serve? non sono né un comico né un critico, perchè dovrei preoccuparmi di capire i meccanismi della risata?". La ragione sta nella possibilità di migliorare la nostra comprensione del mondo, capendo che ci sono cose che non fanno ridere, su cui non bisogna fare battute e non bisogna ridere, mentre tutto il resto può essere dissacrato senza sentirsi in colpa. Ci sono risate che Luttazzi chiama "fasciste", ad esempio battute razziste in cui si ridicolizza la presunta stupidità di una razza, queste sono battute in cui non si critica il potere ma si colpiscono invece i più deboli diventando complici del potere. Purtroppo non c'è bisogno di essere razzisti, fascisti o ignoranti per ridere delle cose sbagliate, perchè non siamo mai stati educati bene da questo punto di vista, non siamo abituati a riflettere sulle idee che stanno dietro certe battute, o a comprendere che cosa è realmente satira e che cosa è semplice sfottò (l'esempio più classico di questo è quando prendono in giro Berlusconi per l'altezza, cosa che non ha alcuna rilevanza politica o morale ma è solo una messa in ridicolo di una sua particolarità fisica, cosa che può addirittura renderlo più simpatico, e non significa certo che i comici che fanno quelle battute siano liberi e indipendenti).

Daniele Luttazzi è il nostro Aristofane, sono pochissimi gli uomini come lui, non solo in questi tempi ma in tutti i tempi, e leggerlo o ascoltarlo rende tutti più liberi e leggeri.

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L’impero bonsai – di Indro Montanelli

August 18th, 2011 No comments
Quando le rivoluzioni le fanno i comunisti tutti diventano compagni, quando le fanno i borghesi tutti diventano signori, e quando, come in Giappone, le fanno i baroni tutti diventano "san", cioè "onorevoli".

L'impero bonsai è una raccolta degli articoli sul Corriere della Sera che Montanelli scrisse nel 1951-52, quando andò in Giappone come inviato speciale durante l'occupazione americana seguita alla sconfitta nella guerra.

Montanelli, come tutti gli italiani, non sapeva nulla del Giappone e era partito con poche e vaghe nozioni e i preguidizi tipici che erano in voga allora in Italia come nel resto del mondo. Tuttavia a differenza della maggior parte delle persone Montanelli è riuscito a fornire un quadro fresco e vivo della realtà giapponese, ammettendo la sua ignoranza, i suoi pregiudizi, e anche la sua parzialissima comprensione dei giapponesi e del loro modo di vivere.

Anche se non conosceva bene la storia e la società giapponese aveva cercato di farsele spiegare, e di spiegarle a sua volta al lettore italiano quel minimo necessario per riuscire a capire le sue cronache. Non si trattava di un'impresa facile perchè non poteva dilungarsi troppo a lungo, come non era facile spiegare i valori che reggevano la società giapponese, l'economia e la politica.

Montanelli aveva capito, per quanto istintivamente e superficialmente, perfettamente come il tentativo di instaurare la democrazia da parte degli americani fosse destinata al fallimento, e come fosse un errore cercare di snaturare una società che aveva i suoi equilibri e che solo per un caso era caduta nella dittatura militare, non perchè la sua struttura la portasse inevitabilmente a quella forma di governo.
Ed è straordinariamente attuale come Montanelli definisse "democrazia" il precedente stato giapponese, in cui le decisioni venivano prese dal consiglio dell'imperatore, dal consigliere principale che per molti decenni fu il principe Saionji, e dai capi dei vari zaibatsu (le famiglie a capo delle principali grandi società che dominavano, allora come oggi, l'economia e la politica giapponese). L'imperatore, e durante la dittatura militare anche Tojo che era il generale a capo del governo, si limitavano a mettere l'ultima parola, che poteva certo influire in maniera determinante a volte, ma le decisioni erano sempre collegiali, e mai in mano ad una o due persone sole.

Quando chiese all'ammiraglio Nomura che cosa si sapeva dell'attacco a Pearl Harbour nei giorni precedenti, quanto Tojo lo stava preparando, la risposta dell'ammiraglio fu "E chi vi dice che Tojo preparasse qualcosa?", e Montanelli rispose "Lo ha detto lui al processo". Allora Nomura rispose "Certo bisognava che qualcuno si prendesse la responsabilità di quanto accaduto. Tojo lo ha fatto e per questo è morto. Quanto alla responsabilità di decidere quel che deve accadere, credete voi che un uomo solo possa prendersela? Ciò può accadere oggi che il Presidente del Consiglio, che è anche capo del partito maggioritario, non ha più nessun freno, nemmeno quello del Privato Consiglio dell'Imperatore come avveniva una volta. Vi sembra ben costruito un edificio politico in cui si possa identificare l'apice, cioè la suprema responsabilità?". 

Si potrebbe confrontare quel Giappone con l'America di oggi, in cui Bush ha potuto invadere l'Afghanistan senza chiedere nulla al congresso e senza fornire alcuna prova delle responsabilità dei talebani nella strage dell'11 settembre, e così ha potuto fare tranquillamente anche Obama bombardando la Libia, il che dimostra che non vi è alcuna democrazia in America, poiché anche lì c'è un Imperatore, anche lì non si sa chi prende realmente le decisioni, ma si finge che non sia così. I giapponesi almeno non fingevano, e in genere chi aveva la responsabilità di decidere lo faceva in nome del bene del paese, magari anche sbagliando, ma essendo in buona fede.

Nel libro sono poi raccontate anche altre storie, come quella del principe Saionji che, pur essendo l'uomo più potente del Giappone, viveva in una modesta casetta in un villaggio di pescatori, e che rappresenta l'ideale del perfetto politico per Montanelli: una persona che si occupa del potere senza sporcarsi le mani, rimanendo povero e umile, cosa che in Italia è accaduta solo con De Gasperi e pochi altri ("uno che in Italia fosse diventato ciambellano del re a sei anni sarebbe cresciuto tra divise lucide e baffi arricciati diventando un idiota"). Un'altra storia è quella di Shimoi, l'unico giapponese che fece la marcia su Roma e che combatté nella seconda guerra mondiale in Italia ("gli austriaci mi guardavano increduli, dovevo essere il più strano italiano che avevano mai visto"). E poi Montanelli descrive il teatro No e il Kabuki, le prostitute giapponesi e le geishe ("un proverbio giapponese dice che ci vogliono 5 anni di educazione per fare una moglie, 10 per fare una prostituta, e 15 per fare una geisha"), la condizione della donna e i rapporti sindacali.

Calibre: il miglior programma per gestire ebook

August 13th, 2011 No comments

Se come me scaricate molti ebook da siti o da torrent in formato pdf, epub, o altro, ne avete probabilmente qualche decina, se siete proprio come me avete centinaia di file con molti libri che non avete mai letto e non vi ricordate neanche di avere scaricato.

Il fatto di avere la possibilità di accedere a così tante informazioni è certamente positivo, ma è inutile avere centinaia di libri se non sono minimamente ordinati e non sai che cosa può essere per te utile ed interessante leggere di quello che hai scaricato. La difficoltà di avere hard disk da 2 o 3 tera è che puoi scaricare in continuazione libri, video e film e non avrai mai abbastanza tempo per guardare tutto quanto.

Calibre è un programma che viene in aiuto quantomeno per organizzare gli ebook che scarichiamo, è in grado di supportare tutti i file esistenti (dai tradizionali pdf all'epub, al .mobi o ai .lit). Copia i files in una sua cartella e mantiene un database con tutte le informazioni sui libri (titolo, autore, rating, data in cui il libro è stato aggiunto...), e permette di fare ricerche trovando facilmente i libri che ci servono.

Calibre permette anche di scaricare automaticamente delle news da siti di informazione come quelli dei giornali, ma in generale tutti i siti che pubblicano articoli ed hanno un feed rss. Calibre scarica gli articoli e li converte in un formato a vostra scelta per permettervi di leggerli senza collegarvi ai siti e di archiviarli in un database come fossero dei libri.

Si tratta di un software gratuito e continuamente aggiornato, disponibile per tutti i sistemi operativi.

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