Quando ero piccolo e anche ragazzino qualche rara volta mi è capitato di vedere Enzo Biagi in televisione, e non mi piaceva per nulla. Aveva questo sguardo fisso, quel modo di parlare piatto e monotono, e sembrava quando intervistava qualcuno fare domande scontate.
Solo quando sono cresciuto e l’ho seguito con maggiore attenzione, e conoscevo meglio gli argomenti di cui parlava, e ho letto i suoi libri ne ho capito la grandezza.
Massimo Fini criticava Enzo Biagi dicendo che non si poteva parlare con lui di altro se non di fatti di cronaca, e questo rispetta almeno in parte la figura del personaggio. A differenza ad esempio di Montanelli, che era un intellettuale militante (pur non stando dentro nessun partito), Biagi non propagandava apertamente delle idee politiche o di altro genere, e non si interessava tanto alle idee e alle teorie ma agli uomini. Per questo Biagi non aveva la cultura e l’interesse per scrivere libri di storia, a parte quella parte di storia che lui visse sulla sua pelle durante la seconda guerra mondiale, ma poteva raccontare la vita, le idee, il carattere, le scelte, le illusioni di migliaia di uomini che aveva incontrato nel corso di 60 anni di carriera giornalistica. Uomini in tutte le parti del mondo, di tutte le nazionalità, di tutti i credi politici e religiosi, criminali e santi, piccoli e grandi, famosi e sconosciuti. Se si potesse raccogliere da una parte tutto il sapere dei migliori libri di storia del mondo, e dall’altra l’esperienza della vita di Enzo Biagi, la seconda supererebbe di gran lunga la prima se si ha lo scopo di comprendere l’animo umano, ciò che muove la storia e gli uomini, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è degno e ciò che è indegno.
Enzo Biagi non faceva nelle sue interviste quasi mai domande particolarmente argute o indiscrete, insomma chiedeva sempre delle cose che chiunque altro al suo posto avrebbe domandato conoscendo sommariamente il suo interlocutore: ad esempio parlando con un prigioniero di un lager chiede “com’era la vita lì dentro?”, “quali erano le cose più dure da sopportare?”, “come si comportavano gli altri detenuti”; oppure parlando col figlio o il nipote di qualche gerarca nazista, fascista o comunista chiede “come ricorda suo padre?”, “quali colpe crede che abbia avuto?”, “com’è vivere portando quel cognome?”. Non sono domande straordinarie, e infatti la qualità di Enzo Biagi non era nella scelta delle domande, ma nell’ottenere le risposte, e nel riuscire ad incontrare migliaia di personaggi, o parenti e amici di essi, che hanno fatto la storia o l’hanno subita. Biagi sapeva ottenere la fiducia delle persone per avere risposte che molti non avrebbero dato a chiunque, le domande erano magari scontate ma toccavano spesso ricordi dolorosi, a volte terrificanti, che nessuna persona è felice di rievocare. Inoltre Biagi viaggiò in tutto il mondo per ottenere queste interviste e vedere con i suoi occhi certe realtà di cui tanti altri giornalisti famosi, italiani e non, parlavano per sentito dire e per pregiudizi: la Germania dell’Est, la Russia prima e dopo Stalin, le rive del Mekong durante la guerra…
Sembra che Roberto Saviano continuerà a pubblicare libri con Mondadori, una delle case editrici di Berlusconi.
Quello di Saviano è un caso emblematico di cosa è diventata l’Italia, ed è forse la migliore prova di quanto sia caduta in basso.
Saviano non ha fatto certo un favore a Berlusconi con le sue denunce della camorra in Gomorra e vieni via con me, non ci vuole un genio per capire le connessioni tra la crisi dei rifiuti di Napoli (scoppiata due mesi prima delle elezioni che si sapeva già Berlusconi avrebbe vinto), la tanto pubblicizzata falsa fine della crisi con l’intervento dell’esercito non contro la camorra o i politici locali che l’hanno favorita, ma contro la popolazione, e la permanenza della crisi fino ad oggi senza nessuno che ne parli, salvo fare intervenire l’esercito una settimana prima delle elezioni comunali.
I napoletani continuano a morire di cancro per via dei rifiuti, di quelli bruciati negli inceneritori, di quelli bruciati per le strade, di quelli sotterrati dalla camorra e che hanno inquinato le falde acquifere… le mozzarelle di bufala campana e le carni dei poveri animali costretti a pascolare in quelle zone è piena di diossina e metalli pesanti, all’inizio della crisi il Giappone ne vietò l’importazione dopo aver fatto delle analisi, adesso nessuno dice più niente. Non che il problema sia stato risolto, semplicemente nessuno fa più analisi, e se qualcuno le fa di certo non c’è qualche giornalista che possa pubblicare i risultati, così come non c’è giornale o telegiornale che dica che i malati di cancro in campania sono il triplo che nel resto d’Italia. Read more…
Giovannino Guareschi è stato uno dei più grandi scrittori del ventesimo secolo, anche se purtroppo è stato sempre sottovalutato in Italia, dove non c’è mai stato (e non c’è tuttora) rispetto per la satira politica e si pensa (soprattutto oggi) che chi non è un politico non debba “fare politica” (come piace dire a Berlusconi: i magistrati fanno politica, i giornalisti fanno politica, i sindacalisti fanno politica… almeno è sempre stato sincero da non aver mai detto di aver mai fatto anche lui un qualche genere di politica).
Al tempo del dopoguerra però era diverso, allora tutti si mobilitarono per le elezioni che avrebbero deciso da che parte sarebbe stata l’Italia nella guerra fredda che stava incominciando, se dalla parte degli americani o dei russi. Quello fu il periodo d’oro di Guareschi, quello e gli anni immediatamente successivi in cui ci fu l’attentato a Togliatti e c’erano ancora le armi della resistenza nascoste da Pietro Secchia in attesa del momento giusto per lanciare la rivoluzione. Allora, come dice spesso Guareschi nei racconti di Don Camillo, “si respirava aria pesante”.
Guareschi era già divenuto abbastanza famoso durante il fascismo con la rivista satirica “Il Bertoldo”, e dopo la guerra dirigerà fino al 1957 “Il Candido”, fondato con l’ingiustamente ormai dimenticato Giovanni Mosca (il padre di Maurizio Mosca) e in cui scriveranno anche Montanelli, Longanesi ed altri tra i migliori giornalisti del tempo. Ma il successo di Guareschi fu dato dai “racconti del mondo piccolo”, come si chiamavano le storie di Don Camillo e Peppone, fu da esse che derivò anche il successo internazionale di Guareschi perchè i suoi libri furono tradotti in tutto il mondo ed arrivarono anche i film del cinema su Don Camillo e Peppone (film che Guareschi non andava mai a vedere, e che in uno dei suoi racconti prende anche in giro facendo andare Don Camillo e Peppone a vedere il loro stesso film).
Soprattutto successivamente, da chi non ha vissuto e non conosce questo periodo, Guareschi è stato sottovalutato perchè considerato solo come un autore di qualche storiella umorista, ma i suoi scritti ebbero un buon peso nel determinare la sconfitta del fronte popolare e fu lui ad inventare diversi degli slogan più riusciti dei demoscristiani come “Nel segreto del seggio Dio ti vede, Stalin no!” e “100.000 soldati italiani non sono tornati dalla Russia. Mamma, votagli contro anche per me”. In realtà Guareschi ebbe più effetto sulla società italiana di grandi scrittori come Verga, Sciascia o Pasolini, che parlavano in un linguaggio che era poco compreso o, nel caso di Pasolini, era considerato eccessivo, e trattavano di problemi che purtroppo non interessavano nessuno.
La grandezza di Guareschi, come diceva Montanelli, si vede da quanto sia stato tradotto, da come anche i giapponesi leggessero i suoi racconti, vedessero i film e capissero anche senza sapere nulla dell’Italia. L’unico altro scrittore italiano che sia riuscito a raggiungere questa fama in Giappone è Dante.
Guareschi era anticomunista e monarchico, e questo si vede nei suoi racconti in cui Peppone finisce quasi sempre o per avere torto o per non dar ragione al partito, ma alla fine c’è sempre un certo equilibrio, anche perchè Guareschi era consapevole che anche se era necessario affidarsi alla Democrazia Cristiana per sconfiggere il pericolo di una dittatura comunista, il partito e la Chiesa erano pieni di ipocriti, bacchettoni, e con troppo poco di quell’amore cristiano per cui si proponevano come difensori. Così alla fine nei racconti il giorno delle elezioni sia Don Camillo che Peppone finiscono per votare scheda bianca. La fede monarchica si vede a volte in certi episodi: il più bello è anche a mio avviso il miglior momento di tutti i film che hanno fatto su Don Camillo e Peppone, quando la vecchia maestra del paese muore e in punto di morte chiede di essere portata al cimitero con “la sua bandiera”, cioè la bandiera monarchica, perchè “non si mandano via i re”; Peppone, dopo aver ascoltato tutti i suoi compagni che dicono quanto sarebbe improprio e politicamente pericoloso fare una cosa del genere, e che se la maestra voleva la bandiera monarchica sarebbe dovuta morire sotto la monarchia, risponde che vista la delicatezza della situazione, siccome rispettava lei più di tutti loro messi assieme, la maestra avrebbe avuto la sua bandiera (come poi accadrà allo stesso Guareschi nel suo funerale).
Mentre il “don di Guareschi” rappresentava quel clero minuto, che viene dal popolo e vive col popolo, ed ha una fede grande, semplice e sincera, Peppone era il simbolo del comunismo più vero e genuino, che derivava non dall’indottrinamento ma dal desiderio di un mondo migliore, di risollevare i poveri dalla loro condizione, infatti a differenza di Togliatti e degli altri quadri del partito Peppone era ignorante, era un uomo del popolo. Ma nonostante questo Guareschi non aveva fiducia nel fatto che il partito comunista italiano avrebbe potuto non legarsi troppo alla Russia ed evitare di instaurare un regime dittatoriale, se avesse vinto le elezioni gli uomini come Peppone non sarebbero stati quelli al comando del paese, ma sarebbero stati quelli che avevano studiato, soprattutto quelli che, come Togliatti, avevano studiato in Russia, a prendere le redini della situazione.
Guareschi fu poi dimenticato dai democristiani che non lo ricompensarono mai per i servigi che gli aveva reso, nel momento in cui avevano ormai saldamente il potere in mano e non c’era più il pericolo di perdere le elezioni pensarono solo a spartirsi il potere. Così terminò anche il coinvolgimento popolare alle vicende della nazione, la gente si abituò ad andare sempre a votare, e quasi tutti votavano sempre o per la democrazia cristiana o per il partito comunista, vedendo nella fede politica una fede assoluta e indissolubile come quella per una squadra di calcio, e così è stato fino ad oggi (non è un caso che Berlusconi sia stato eletto anche per la fama creatasi come presidente del Milan).
Ora i partiti sono visti proprio come squadre di calcio, infatti gli attacchi di Berlusconi ai magistrati non sono niente di diverso dal dare del cornuto all’arbitro, e i cortei con le bandiere hanno sostituito i comizi perchè i politici non hanno assolutamente nulla da dire, l’importante è girare sulle strade col simbolo della propria squadra. Negli anni di piombo i ragazzi si dividevano tra fascisti e comunisti, oggi sono una amalgama unica di indifferenza, non si discute più, anche a cazzotti, come ai tempi di Guareschi, non ci si ammazza più come ai tempi del terrorismo solo perchè si è della parte avversaria, oggi si lascia che sia il potere l’unico a discutere dei propri privilegi e l’unico ad ammazzare (fisicamente o più spesso moralmente e spiritualmente) chi si interpone alla realizzazione di essi.
Guareschi oggi probabilmente invece che racconti satirici scriverebbe delle tragedie.
Carlo Lucarelli è un personaggio molto particolare per l’Italia in cui vive. E’ quel genere di persone che se fosse nata in America sarebbe diventata milionaria e famosa, se fosse nata in Russia o in Cina sarebbe finito mitragliato da qualche anonimo assassino o fucilato, in Italia invece sopravvive senza diventare milionario.
Come dice Lucarelli “La Storia è sempre piena di bugie, specie quella dell’Italia dalla fine della guerra…“. Queste bugie, questi misteri, lui li ha portati in televisione col suo programma Blu Notte (adesso reintitolato “Lucarelli racconta”) raccontandoli come se fossero libri scritti da lui, rompendo quella che in Italia è sempre stata una regola ferrea sempre rispettata: dei morti e della politica ne devono parlare solo i giornalisti, i giornalisti hanno una tessera di partito, o almeno chi gli ha dato il posto ce l’ha, e anche se non ce l’hanno ci tengono al loro stipendio, quindi sanno cosa possono dire e cosa non possono dire. Così la televisione e i giornali hanno sempre lasciato fuori storici, studiosi, ed intellettuali in genere (se non in rapporti amichevoli con qualche partito), perchè lo studioso quando analizza un’epoca storica (che può anche essere il presente o avvicinarsi molto ad esserlo) sicuramente trova molte cose che non vanno bene, mentre lo scopo della televisione è sempre stato quello di dire sempre che va tutto bene, che non ci sono problemi, e far credere alle verità che vengono calate dall’alto senza esaminarle.
Ma non si tratta solo dei giornalisti, anche la magistratura fa la sua parte. Lucarelli si è occupato in particolar modo delle stragi italiane: piazza Fontana, l’Italicus, la strage di Bologna, la strage di Ustica… e per nessuna di queste stragi è stato trovato il mandante, se si escludono le stragi mafiose di Capaci e via d’Amelio, e solo nel caso della strage di Bologna sono stati condannati i presunti autori materiali del delitto, sebbene quasi certamente Valerio Fioravanti e Francesca Mambro non c’entrino niente.
In un paese simile, dove ci sono giornalisti come Mauro de Mauro che vengono uccisi quando si avvicinano troppo alla verità di un mistero, dove vengono messi i segreti di stato su documenti compromettenti (su Ustica, Bologna e il rapimento di Moro), dove i servizi segreti depistano le indagini della magistratura, non è né facile né privo di pericoli parlare in prima o seconda serata di questi argomenti. Gli italiani non hanno la memoria corta, la memoria non ce l’hanno proprio, per Ustica era stato istituito un comitato dei parenti delle vittime, sono passati 30 anni e ora ci sono i figli dei parenti delle vittime, tra poco arriveremo alla seconda generazione… Per questo l’opera di Lucarelli è meritoria e difficile.
I libri di Lucarelli sono molto simili ai suoi programmi televisivi, in televisione parla come scrive i suoi libri così, soprattutto per chi lo legge dopo averlo visto sullo schermo, sembra di sentirgli raccontare la storia. Lucarelli si è laureato con una tesi sulla polizia della repubblica di Salò, e infatti i suoi primi libri hanno per protagonista il commissario De Luca, un poliziotto che dopo l’istituzione della repubblica di Salò continuò a fare il suo lavoro pensando che la polizia e i criminali non abbiano colore politico, e continuando nel dopoguerra con la paura di essere epurato o ucciso dai partigiani perchè considerato fascista.
Una delle caratteristiche principali dei libri di Lucarelli è la capacità di ricreare l’atmosfera del periodo storico in cui i libri sono ambientati usando semplici espedienti come ricordare le canzoni che erano in voga in quel memento o quanto costava un pacchetto di sigarette, lo fa così spesso che questo portò Fabio de Luigi, quando faceva la sua imitazione, ad iniziare una volta così una storia “E’ il 1700 e nei giradischi impazza il minuetto”.
In una Italia in cui ogni giorno ci sono 2 o 3 omicidi che tengono impegnati Sposini e Barbara d’Urso, e consentono ai telegiornali di avere una scusa in più per non dire cosa succede nel mondo (i telegiornali italiani sono tutti così: dichiarazioni di Berlusconi, brevi dichiarazioni dell’opposizione, commento su un omicidio eccellente, notizia economica per dire che va tutto bene e l’Italia è sempre più ricca, notizia buffa o insulsa su concorsi per cani, piatti preferiti delle modelle o sondaggi sulla virilità degli italiani, e previsioni del tempo, in pratica d’estate è caldo e si intervista la gente che dice che ha caldo, e d’inverno è freddo, e la gente dice che ha freddo). Ogni 3 o 4 mesi si trova un nuovo caso da sfruttare e quello più vecchio finisce nel dimenticatoio (ormai non gliene frega più niente a nessuno di Annamaria Franzoni o del delitto di Perugia). In un paese così, in cui la gente non guarda più il grande fratello perchè ha scoperto che il reality polizesco è più interessante, leggere ed ascoltare Lucarelli è non solo piacevole ma anche medicamentoso: perchè ti ricorda che i morti sono morti, non sono una fiction con il sangue finto che finisce quando spegni il televisore, i delitti lasciano tracce di lacrime e sangue, e sono persone quelle che muoiono, persone con una loro vita, delle speranze, degli affetti… e così sono persone anche gli assassini.
In questa Italia invece sembra che tutto scada, tutto diventa piatto e banale, e ormai molta gente sente come più reali le storie d’amore di Maria de Filippi che non le proprie, l’amore come la morte non ha più alcuna dignità.