Home > Recensioni > Divina Commedia: Manfredi nel terzo canto del Purgatorio

Divina Commedia: Manfredi nel terzo canto del Purgatorio

E un di loro incominciò: «Chiunque
tu se’, così andando, volgi ‘l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque».

Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’ io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’ io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

Se ‘l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,

l’ossa del corpo mio sarieno ancora

in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’ e’ le trasmutò a lume spento.

Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,

per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzïon, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’hai visto, e anco esto divieto;

ché qui per quei di là molto s’avanza».

La divina commedia è troppo lunga per poterne riassumere in qualche riga i contenuti, così invece di una recensione dell’opera intera ci limitiamo all’analisi di qualche punto particolarmente interessante.

Il terzo canto del purgatorio ha come protagonista il re di Sicilia Manfredi di Svevia.
Manfredi era al tempo di Dante un personaggio famoso, è stato l’ultimo sovrano normanno dell’Italia meridionale, l’ultimo della stirpe di Roberto il Guiscardo che aveva conquistato agli arabi tutti i territori meridionali della penisola. I normanni erano stati chiamati dal Papa come difensori dello stato della Chiesa, con questa scusa Innocenzo IV continuava a pretendere che Manfredi si sottomettesse al papato, e questo portò alla guerra.

Manfredi divenne il capo di quella fazione ghibellina contro cui anche Dante combatté a Firenze nella battaglia di Montaperti , comandati da quel Farinata degli Uberti che Dante mette all’Inferno. Manfredi è un sovrano liberale, che ha rapporti con gli scrittori della scuola poetica siciliana creata dal padre Federico II, fu un buon sovrano e capo dei ghibellini. Dante doveva avere un grande rispetto per Manfredi, che era stato nominalmente suo nemico perchè Dante faceva parte dei guelfi, ma che in realtà si era trovato a combattere contro la Chiesa solo per l’arroganza e l’avidità del Papa che non voleva accettare l’indipendenza del regno di Manfredi proprio ai confini dello stato della Chiesa.

Il papa Urbano IV si rivolse a Carlo I di Angiò per sconfiggere Manfredi e creare una dinastia favorevole al papato, Sfortunatamente ebbe successo e a Benevento Manfredi venne ucciso, ponendo le basi del regno di Napoli degli angioini e dei Borbone, che con suo asservimento alla Chiesa ha reso ancora oggi le popolazioni del meridione particolarmente superstiziose e per nulla religiose e con la sua amministazione feudale ha impoverito l’economia e impedito molti progressi. Sei mesi dopo la sua morte il cadavere di Manfredi venne riesumato e portato in territorio sconsacrato dal vescovo di Cosenza con la scusa che era stato scomunicato, quindi non poteva essere sepolto in terreno consacrato.

Questo canto è forse il più bello della divina commedia perchè in esso Dante riesce ad andare oltre le normali idee del suo tempo per affermare dei principi eterni: nonostante Manfredi fosse stato scomunicato, avesse combattuto con il Papa e avesse perso, Dante lo mette comunque nel Purgatorio in sfregio alla Chiesa per affermare la grandezza della misericordia di Dio, soprattutto in rapporto alla piccolezza delle miserie e  delle vendette umane. In un tempo come quello di Dante dire che la Chiesa non poteva influire in maniera decisiva sulla sorte dell’anime di un uomo era rivoluzionario: Bonifacio VIII aveva creato l’anno santo apposta per ricevere offerte vendendo in cambio le indulgenze, chi poteva pagava la chiesa per avere un biglietto per il paradiso e uno sconto di pena nel purgatorio.

Dante, o perchè ci credeva o per prudenza, non nega alla Chiesa qualunque potere, infatti Manfredi dovrà comunque rimanere in purgatorio per molto tempo in proporzione agli anni in cui è rimasto scomunicato, tuttavia le nega il giudizio definitivo sulla redenzione o dannazione degli uomini, e questo per un uomo del medioevo è già molto.

  1. No comments yet.
  1. No trackbacks yet.

Content Protected Using Blog Protector By: PcDrome.