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Il generale Della Rovere di Indro Montanelli

Il generale Della Rovere è uno dei soli due romanzi che ha scritto Montanelli in tutta la sua lunga vita (l’altro è “Qui non riposano”). Montanelli s’ispirò a un’esperienza realmente vissuta da lui durante la guerra, quando venne arrestato dai tedeschi e finì in carcere. Lì incontrò questo generale che si faceva chiamare Della Rovere, ed era in realtà un comune truffatore arrestato dai tedeschi e mandato nel carcere come spia sotto copertura con la speranza di ottenere la fiducia dei prigionieri e qualche informazione.

Nessuno sa come andò esattamente la storia, non si è neanche certi della vera identità del generale Della Rovere. Alcuni tra le guardie e i prigionieri, dopo che la storia divenne famosa negli anni ’50 con il libro di Montanelli e il film di Rossellini, sostennero che non era vero niente, che tutti sapevano che si trattava di una spia. Forse era vero, e forse addirittura Montanelli lo sapeva ma gli è piaciuto pensare a una storia differente, più interessante.

Montanelli immagina che quest’uomo, che è stato nell’esercito da giovane, ma poi fu congedato con disonore, fosse un piccolo truffatore che viveva alla giornata, che rimpiangesse la sua giovinezza, in cui ancora era un uomo onorato, e, trovandosi a vestire i panni di un generale, abbia finito per immedesimarsi in esso, tanto da non riuscire più a ricordarsi chi era e perché era lì. A differenza del generale nel film di Rossellini, quello del libro di Montanelli non era un partigiano, ma soldato dell’esercito di Salò, cioè un fascista e un perdente, e Montanelli fino ai suoi ultimi giorni continuò ad avercela con Rossellini perché gli aveva rovinato la storia. Per Montanelli era importante mostrare che anche i perdenti, i fascisti e gli imbroglioni possono morire con onore ed essere, a loro modo, degli eroi.

Questo generale fece subito impressione agli altri prigionieri, perché gli ridiede l’orgoglio di essere italiani e la forza di non abbattersi. Scriveva Montanelli “dopo averlo incontrato chiesi subito il sapone per lavarmi, e il barbiere per farmi la barba. E non ero il solo perché anche gli altri detenuti dopo essere stati a colloquio col generale nella sua cella fecero lo stesso”. Rappresentava ciò che avrebbe dovuto essere un grande militare, un uomo retto e con dei grandi ideali, capace di trascinare gli altri e di dare l’esempio.

Il generale Della Rovere fu prelevato assieme ad altri e giustiziato a Fossoli. Si trattava di un campo di concentramento in cui si trovavano principalmente prigionieri politici, cioè comunisti o partigiani di qualunque altra idea politica. Il finto generale Della Rovere fu fucilato insieme a loro, e Montanelli diceva che qualcuno che era presente gli aveva detto che era morto urlando “Viva il re!”, anche se non c’è nessuna prova che questo sia vero. I comunisti e i parenti delle vittime di Fossoli si risentirono di questa storia, perché secondo loro Montanelli aveva fatto di un criminale comune l’eroe di quell’eccidio, mentre tutti gli altri che erano stati uccisi assieme a lui perché si erano opposti ai tedeschi non comparivano nemmeno. Ma aveva ragione Montanelli, si tratta solo di un romanzo, è una storia che ammette fin dall’inizio di essere parzialmente inventata, perché nessuno sa qual è la verità. Quello che voleva negare Montanelli non era l’eroismo dei comunisti e degli altri partigiani, ma l’esclusività del loro eroismo, il fatto che loro dovessero essere tutti buoni e santi, e gli altri tutti completamente cattivi e criminali. In più c’era in lui un po’ di orgoglio italiano e di voglia di prendere in giro l’esercito dicendo che “durante la seconda guerra mondiale l’unico generale italiano che ha avuto il coraggio di affrontare la morte è stato un generale finto”.

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