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Il giorno della civetta – La mafia raccontata da Leonardo Sciascia

Il giorno della civetta è il più famoso libro di Leonardo Sciascia, soprattutto perchè è stato il primo a parlare di mafia e a mostrarne i delitti e le connessioni con la politica.
Siamo nel 1961, e ancora nessuno ha il coraggio di pronunciare la parola “mafia”. Secondo l’allora cardinale di Palermo la mafia non esiste ed è una invenzione dei comunisti, per i politici non esiste un problema mafioso in Sicilia, nei verbali dei tribunali e dei carabinieri solo rarissimamente salta fuori questa parola, senza mai che vi siano indagini approfondite e sistematiche sull’organizzazione, la sua struttura e la sua esatta natura. Ovviamente non esiste nessun reato di associazione mafiosa (bisognerà aspettare il 1982, dopo l’omicidio del generale Dalla Chiesa, per quello).

Il giorno della civetta è un giallo sull’omicidio di un proprietario di una impresa edile da parte della mafia. Si tratta ovviamente di una storia non a lieto fine, perchè le collusioni con la politica e il potere della mafia riescono facilmente a fare sgonfiare la storia dirottando i sospetti dal vero colpevole all’amante della moglie dell’assassinato, un particolare tipicamente mafioso quello della scusa delle corna, che infatti sarà usato più di una volta dalla mafia per cercare di coprire vari delitti: carabinieri e magistrati venivano gentilmente invitati a fare qualche indagine in più sulla vittima e sui suoi parenti perchè magari si poteva trovare qualcosa, e quel qualcosa di solito veniva fuori.

Il libro di Sciascia impressiona due volte: la prima se pensiamo a come 50 anni fa non si sapesse nemmeno cosa fosse la mafia, che qualcuno poteva tranquillamente sostenere che non esistesse; la seconda è se pensiamo a cosa dirà la gente tra 50 anni guardando indietro ad oggi, come si chiederà come potevano gli italiani non sapere dei rapporti di Berlusconi con la mafia, come poteva qualcuno rischiare di essere denunciato per milioni di euro di danni se ne parlava in televisione, e come poteva la televisione stessa trasmettere film sulla mafia fatti dallo stesso Berlusconi?
50 anni in Italia sono il margine minimo per parlare con un po’ di libertà del passato, perchè tanto tutti i protagonisti sono morti o con un piede nella fossa, e la gente ha altri problemi di cui preoccuparsi. Così si possono fare i processi ai nazisti come Priebke ed essere orgogliosi di mandare in galera un vecchio che quando era un giovane tenentino, per chissà quale ragione, invece che 333 condannati a morte ne mandò a morire tre in più nelle fosse ardeatine. Non si sa se il processo gli sia stato fatto per via della strage (che aveva ordinato Hitler, non certo lui), o per quei tre morti in più che suonano così poco teutonici, senza il rispetto dalla precisione.
Gli italiani sono maestri ad accusare i morti, i moribondi, i vecchi, e in generale tutti coloro che sono caduti dal carro del vincitore, che sono deboli e vulnerabili ma un tempo sono stati potenti. Il fallimento della costruzione dell’Italia e degli italiani lo si trova in Piazzale Loreto e in tutti gli episodi simili successivi. Leonardo Sciascia era un uomo diverso, invece di accusare 50 anni dopo ha incominciato a parlare 20 anni prima, e questo è sicuramente un suo grande merito.

A quel tempo la mafia non era ancora quella di oggi, ma si stava avviando su quella strada. La mafia legata al mondo agricolo, che viveva più che altro come piccolo esercito di polizia dei grandi latifondisti siciliani, morì con Calogero Vizzini nel 1954. Anche se non si poteva definire quella mafia “buona”, considerando la struttura sociale della Sicilia e il disinteresse totale dello stato italiano nei suo confronti, la mafia fino ad allora aveva permesso ai siciliani di avere un ordine, anche se non era un ordine particolarmente giusto. Dopo è arrivata la mafia che uccide, non che prima non uccidesse mai, ma i delitti erano eventi molto rari, mentre da Luciano Liggio in poi diventano una pratica comune, un normale strumento di potere. Poi arrivano le tangenti per gli appalti a partire dagli anni 60, con la distruzione della vecchia Palermo per costruire grandi casermoni finanziati dallo stato, come racconterà Rosi in “le mani sulla città”, poi negli anni 70 arriva la droga, e allora da garante dell’ordine pubblico la mafia si trasforma in distruttrice della società, poi negli anni 80 incominciano gli omicidi di persone eccellenti di magistrati, carabinieri, politici, sindacalisti e giornalisti: il generale Dalla Chiesa, Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Piersanti Mattarella, Pio La Torre… sono le vittime di Cosa Nostra, e per la prima volta da Portella della Ginestra si incomincia a parlare di stragi in Sicilia, poi negli anni 90 arriva la vera e propria “stagione delle stragi”, Capaci, Via d’Amelio, i Georgofili… No, non si può paragonare quella mafia di Calogero Vizzini alla mafia moderna.

Il libro il giorno della civetta pur non parlando della mafia di oggi mostra quegli aspetti antichi che sono sopravvissuti e che contraddistinguono ancora il fenomeno mafioso: l’omertà dei siciliani e la complicità del potere politico (ma anche della polizia e della Chiesa). Questi due aspetti fondamentali vengono descritti da Sciascia in tutta la loro miserevolezza, e da questo nasce la distinzione tra uomini, mezz’uomini, omminicchi, pigliainculo e quaquaraquà, a seconda di quanto si piegano alle necessità facendo finta di non vedere. Vi è in questo una ammirazione di Sciascia nei confronti di certi mafiosi, come nei confronti di quei carabinieri, poliziotti e magistrati che vogliono fare il loro dovere: perchè anche il mafioso ha un suo codice di regole, dei suoi valori, e quando sfida lo stato lo fa a testa alta, sapendo che potrebbe anche capitare che lo stato prima o poi decida di rispondere, e che in quel caso dovrebbe saper combattere ed eventualmente morire a testa alta. Di questo furono un esempio il giudice Falcone e il pentito Tommaso Buscetta, che si intesero e si rispettarono sempre, e proprio per questo poterono riuscire a lavorare insieme, mentre quello che mancò agli altri magistrati dopo fu il fatto di usare i pentiti semplicemente facendo arrestare tutte le persone di cui parlavano per poi sperare di trovare qualche prova, così la mafia sviava le indagini e screditava i pentiti veri facendo fare a molti dichiarazioni false e spesso non si arrivava a niente.

Il giorno della civetta di Sciascia è un libro da leggere per ricordarsi come eravamo e capire come siamo diventati ciò che siamo. Se non è una bella lettura la colpa non è dell’autore, ma del fatto che siamo consapevoli di non essere diventati nulla di buono.

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