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Il trionfo della borghesia di Eric J. Hobsbawm

Gli italiani la storia non l’hanno mai saputa, a parte magari quelli che hanno imparato qualcosa a memoria in passato, quando lo studio della storia coincideva più o meno con l’obbedisco di Garibaldi e la piccola vedetta lombarda, inoltre la storia recente in Italia ha sempre il problema dell’aggiustamento politico, anche quando non si tratta di scrittori dichiaratamente faziosi o pagati per scrivere certe cose (come Bruno Vespa oggi o gli autori dei sussidiari ai tempi di Mussolini e anche dopo) sono pochi quelli che non temono le critiche e le censure,  e pochissimi quelli che riescono ad evitare di essere irrimediabilmente censurati.

Fortunatamente oggi c’è sotto certi aspetti molta più libertà: non ci sono più i salotti buoni nominalmente filocomunisti in cui si parlava delle brigate rosse come degli eroi, né c’è più il minculpop di Mussolini, il web poi dà la possibilità di esprimere le proprie opinioni anche senza dover scrivere un libro e trovare un editore che te lo pubblichi. Il problema è però alla fine sempre che gli italiani non vogliono leggere e imparare nulla, specialmente della storia. Perchè sia così è difficile dirlo, forse dipende soprattutto dalla generale irresponsabilità degli italiani, che dall’inizio della loro storia sono stati abituati a seguire questa o quella bandiera allo stesso modo in cui tifano una squadra di calcio: con amore cieco, pensando di dover sempre vincere, godendo delle sfortune degli avversari e insultandoli, e ritenendo sempre tutti unanimemente, quando non si è vinto, che la colpa è dell’arbitro cornuto.

Hobsbawm non è uno storico che finga di essere oggettivo e non avere idee politiche, anche dopo la caduta dell’Unione Sovietica e la fine del partito comunista inglese di cui faceva parte continua a definirsi comunista, ma è di quei comunisti che dopo l’invasione dell’Ungheria cessarono di sostenere Stalin, non fu insomma mai un pupazzo del partito o un opportunista. La visione storica di Hobsbawm rientra nello storicismo marxista, che mette in primo piano le divisioni in classi della società nel descrivere e spiegare un certo periodo storico, sebbene sia solo per lui una linea generale da non seguire sempre alla lettera e che non può costituire tutto quello che di importante si possa dire di un’epoca.

Oggi parlare di classi sociali e di borghesia puzza di vecchio, solo i comunisti o i vecchi (e soprattutto i vecchi comunisti) usano ancora la parola “borghesia”, perchè essa è legata ad un mondo in cui i borghesi erano una minoranza ristretta o ristrettissima, mentre oggi quasi tutti nei paesi ricchi hanno uno stile di vita, una occupazione e dei valori che si possono definire borghesi. Non è che non ci siano più classi sociali, ad esempio i politici, i grandi banchieri, i calciatori e le persone del mondo dello spettacolo vivono in un mondo che è totalmente diverso da quello delle persone comuni, molto più di quanto il passato la vita del re di Francia o Inghilterra fosse diversa da quella dell’ultimo porcaio del loro reame; e anche la vita dei clandestini e dei barboni che non hanno niente e sono soli al mondo è molto diversa da quella di una persona “normale”. E se andassimo a contare tutte queste persone (la trans brasiliana che si prostituisce, la vecchietta che marcisce in casa o all’ospizio con una misera pensione, il barbone che dorme alla stazione, il drogato che muore nei bagni della stazione…) troveremmo che non sono poi una minoranza così risicata.

Il libro “Il trionfo della borghesia” di Hobsbawm è la descrizione di come è incominciato il viaggio che ci ha portato a imborghesirci tutti, a tal punto che tanti purtroppo pensano che bombardare la Libia, l’Iraq, l’Afghanistan per portare gli stessi valori della nostra società sia un bene, e che i bombardati dovrebbero accogliere festosamente le truppe invasori che hanno distrutto la loro casa e ammazzato o mutilato loro amici e parenti. Considerando che neanche Hitler pretendeva che i polacchi, i francesi o gli ebrei fossero felici di farsi conquistare od uccidere, si può capire a che livello di psicopatologia questo nostro mondo sia arrivato, e la radice sta lì, negli anni del trionfo borghese del terzo venticinquennio del 1800.

Se vogliamo capire quest’epoca e cercare di curarla dai suoi mali, che ogni anno causano massacri su massacri che avvengono nell’indifferenza generale e che ha gettato una metà del mondo nella miseria più nera dal punto di vista materiale, e un’altra metà nella miseria più nera dal punto di vista morale, dobbiamo risalire dalle rivoluzioni fallite del 1848 su su fino ai giorni nostri, e questo libro costituisce il primo passo.

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