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L’Infinito di Leopardi

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

L’infinito di Giacomo Leopardi è la sua poesia più famosa, e per certi versi si può definire una poesia sulla Poesia.

La poesia, infatti, si avvale di termini volutamente incerti e indefiniti, come lo stesso Leopardi sosteneva, parole come sognare, vagare, tenebre, nebbia, fanno pensare a qualcosa che sta al di là di ciò che evoca la parola, soprattutto nel contesto della poesia (diverso è se sentiamo le previsioni del tempo che parlano di nebbia in val padana). L’infinito è il concetto più incerto e indefinito per eccellenza perchè la mente umana non può concepirlo, gli uomini riescono a immaginare solo cose finite e l’infinito è argomento solo della poesia e della matematica.

Se pensiamo a come viviamo oggi sia il tempo che il modo di vivere di Leopardi ci sembrano impossibili. Chiuso nella piccola città di Recanati, Leopardi viveva in un mondo chiuso senza possibilità di andare da nessuna parte, solo nella seconda metà della sua breve vita proverà ad entrare nel mondo andando a Roma e poi in diverse altre città italiane, ma alla fine sempre in maniera precaria, senza avere i soldi e le capacità per vivere una vita indipendente e che non fosse alla fame e al freddo.
L’Infinito rappresenta anche questa caratteristica della vita di Leopardi, questo odio per quel mondo ristretto in cui era ingabbiato e la sua possibilità di oltrepassarne i confini solo con la fantasia. Si tratta del grande merito di Leopardi di essere riuscito a sopravvivere nonostante tutto, e diventando un grande letterato, e anche del suo grande limite perchè non riuscì mai a costruirsi una vita sua, a liberarsi della casa in cui era nato, del suo vivere solo per se stesso.

Non è vero che Leopardi fosse pessimista ed infelice perchè aveva la gobba ed era brutto, non riusciva a vedere altro che il dolore del vivere perchè non è mai riuscito ad emanciparsi, ad avere abbastanza soldi per vivere da solo lontano dall’ambiente familiare e intellettualmente povero di Recanati, così l’unica espressione che è riuscito a trovare di se stesso è stato nello scrivere, e non poteva scrivere della felicità che non aveva mai conosciuto. Anche quando si allontanò da Recanati visse alle spalle dell’amico Ranieri, o alla disperata ricerca di qualcuno che lo pagasse per pubblicare qualcosa, non essendo indipendente e sereno non poteva essere se stesso, la malattia e il suo naturale pessimismo poi fecero il resto.

L’Infinito sembra non aver tracce di questo pessimismo, sembra solo una poesia sognante, ma sottende la situazione di prigionia vissuta dal poeta, che può solo sognare il mondo che sta al di là di quella collina, e anche se il sogno e la poesia che ne derivano sono molto belli, rimane sempre una realtà triste e tragica quella che vive Leopardi, una realtà che se non esistesse non avrebbe mai potuto ispirare le parole dell’Infinito.

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