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L’impero bonsai – di Indro Montanelli

Quando le rivoluzioni le fanno i comunisti tutti diventano compagni, quando le fanno i borghesi tutti diventano signori, e quando, come in Giappone, le fanno i baroni tutti diventano "san", cioè "onorevoli".

L'impero bonsai è una raccolta degli articoli sul Corriere della Sera che Montanelli scrisse nel 1951-52, quando andò in Giappone come inviato speciale durante l'occupazione americana seguita alla sconfitta nella guerra.

Montanelli, come tutti gli italiani, non sapeva nulla del Giappone e era partito con poche e vaghe nozioni e i preguidizi tipici che erano in voga allora in Italia come nel resto del mondo. Tuttavia a differenza della maggior parte delle persone Montanelli è riuscito a fornire un quadro fresco e vivo della realtà giapponese, ammettendo la sua ignoranza, i suoi pregiudizi, e anche la sua parzialissima comprensione dei giapponesi e del loro modo di vivere.

Anche se non conosceva bene la storia e la società giapponese aveva cercato di farsele spiegare, e di spiegarle a sua volta al lettore italiano quel minimo necessario per riuscire a capire le sue cronache. Non si trattava di un'impresa facile perchè non poteva dilungarsi troppo a lungo, come non era facile spiegare i valori che reggevano la società giapponese, l'economia e la politica.

Montanelli aveva capito, per quanto istintivamente e superficialmente, perfettamente come il tentativo di instaurare la democrazia da parte degli americani fosse destinata al fallimento, e come fosse un errore cercare di snaturare una società che aveva i suoi equilibri e che solo per un caso era caduta nella dittatura militare, non perchè la sua struttura la portasse inevitabilmente a quella forma di governo.

Ed è straordinariamente attuale come Montanelli definisse "democrazia" il precedente stato giapponese, in cui le decisioni venivano prese dal consiglio dell'imperatore, dal consigliere principale che per molti decenni fu il principe Saionji, e dai capi dei vari zaibatsu (le famiglie a capo delle principali grandi società che dominavano, allora come oggi, l'economia e la politica giapponese). L'imperatore, e durante la dittatura militare anche Tojo che era il generale a capo del governo, si limitavano a mettere l'ultima parola, che poteva certo influire in maniera determinante a volte, ma le decisioni erano sempre collegiali, e mai in mano ad una o due persone sole.

Quando chiese all'ammiraglio Nomura che cosa si sapeva dell'attacco a Pearl Harbour nei giorni precedenti, quanto Tojo lo stava preparando, la risposta dell'ammiraglio fu "E chi vi dice che Tojo preparasse qualcosa?", e Montanelli rispose "Lo ha detto lui al processo". Allora Nomura rispose "Certo bisognava che qualcuno si prendesse la responsabilità di quanto accaduto. Tojo lo ha fatto e per questo è morto. Quanto alla responsabilità di decidere quel che deve accadere, credete voi che un uomo solo possa prendersela? Ciò può accadere oggi che il Presidente del Consiglio, che è anche capo del partito maggioritario, non ha più nessun freno, nemmeno quello del Privato Consiglio dell'Imperatore come avveniva una volta. Vi sembra ben costruito un edificio politico in cui si possa identificare l'apice, cioè la suprema responsabilità?". 

Si potrebbe confrontare quel Giappone con l'America di oggi, in cui Bush ha potuto invadere l'Afghanistan senza chiedere nulla al congresso e senza fornire alcuna prova delle responsabilità dei talebani nella strage dell'11 settembre, e così ha potuto fare tranquillamente anche Obama bombardando la Libia, il che dimostra che non vi è alcuna democrazia in America, poiché anche lì c'è un Imperatore, anche lì non si sa chi prende realmente le decisioni, ma si finge che non sia così. I giapponesi almeno non fingevano, e in genere chi aveva la responsabilità di decidere lo faceva in nome del bene del paese, magari anche sbagliando, ma essendo in buona fede.

Nel libro sono poi raccontate anche altre storie, come quella del principe Saionji che, pur essendo l'uomo più potente del Giappone, viveva in una modesta casetta in un villaggio di pescatori, e che rappresenta l'ideale del perfetto politico per Montanelli: una persona che si occupa del potere senza sporcarsi le mani, rimanendo povero e umile, cosa che in Italia è accaduta solo con De Gasperi e pochi altri ("uno che in Italia fosse diventato ciambellano del re a sei anni sarebbe cresciuto tra divise lucide e baffi arricciati diventando un idiota"). Un'altra storia è quella di Shimoi, l'unico giapponese che fece la marcia su Roma e che combatté nella seconda guerra mondiale in Italia ("gli austriaci mi guardavano increduli, dovevo essere il più strano italiano che avevano mai visto"). E poi Montanelli descrive il teatro No e il Kabuki, le prostitute giapponesi e le geishe ("un proverbio giapponese dice che ci vogliono 5 anni di educazione per fare una moglie, 10 per fare una prostituta, e 15 per fare una geisha"), la condizione della donna e i rapporti sindacali.

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