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Enzo Biagi – Il cronista e la coscienza del XX secolo

May 24th, 2011 No comments

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Quando ero piccolo e anche ragazzino qualche rara volta mi è capitato di vedere Enzo Biagi in televisione, e non mi piaceva per nulla. Aveva questo sguardo fisso, quel modo di parlare piatto e monotono, e sembrava quando intervistava qualcuno fare domande scontate.
Solo quando sono cresciuto e l’ho seguito con maggiore attenzione, e conoscevo meglio gli argomenti di cui parlava, e ho letto i suoi libri ne ho capito la grandezza.

Massimo Fini criticava Enzo Biagi dicendo che non si poteva parlare con lui di altro se non di fatti di cronaca, e questo rispetta almeno in parte la figura del personaggio. A differenza ad esempio di Montanelli, che era un intellettuale militante (pur non stando dentro nessun partito), Biagi non propagandava apertamente delle idee politiche o di altro genere, e non si interessava tanto alle idee e alle teorie ma agli uomini. Per questo Biagi non aveva la cultura e l’interesse per scrivere libri di storia, a parte quella parte di storia che lui visse sulla sua pelle durante la seconda guerra mondiale, ma poteva raccontare la vita, le idee, il carattere, le scelte, le illusioni di migliaia di uomini che aveva incontrato nel corso di 60 anni di carriera giornalistica. Uomini in tutte le parti del mondo, di tutte le nazionalità, di tutti i credi politici e religiosi, criminali e santi, piccoli e grandi, famosi e sconosciuti. Se si potesse raccogliere da una parte tutto il sapere dei migliori libri di storia del mondo, e dall’altra l’esperienza della vita di Enzo Biagi, la seconda supererebbe di gran lunga la prima se si ha lo scopo di comprendere l’animo umano, ciò che muove la storia e gli uomini, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è degno e ciò che è indegno.

Enzo Biagi non faceva nelle sue interviste quasi mai domande particolarmente argute o indiscrete, insomma chiedeva sempre delle cose che chiunque altro al suo posto avrebbe domandato conoscendo sommariamente il suo interlocutore: ad esempio parlando con un prigioniero di un lager chiede “com’era la vita lì dentro?”, “quali erano le cose più dure da sopportare?”, “come si comportavano gli altri detenuti”; oppure parlando col figlio o il nipote di qualche gerarca nazista, fascista o comunista chiede “come ricorda suo padre?”, “quali colpe crede che abbia avuto?”, “com’è vivere portando quel cognome?”. Non sono domande straordinarie, e infatti la qualità di Enzo Biagi non era nella scelta delle domande, ma nell’ottenere le risposte, e nel riuscire ad incontrare migliaia di personaggi, o parenti e amici di essi, che hanno fatto la storia o l’hanno subita. Biagi sapeva ottenere la fiducia delle persone per avere risposte che molti non avrebbero dato a chiunque, le domande erano magari scontate ma toccavano spesso ricordi dolorosi, a volte terrificanti, che nessuna persona è felice di rievocare. Inoltre Biagi viaggiò in tutto il mondo per ottenere queste interviste e vedere con i suoi occhi certe realtà di cui tanti altri giornalisti famosi, italiani e non, parlavano per sentito dire e per pregiudizi: la Germania dell’Est, la Russia prima e dopo Stalin, le rive del Mekong durante la guerra…

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Senz’anima – Libro di Massimo Fini

May 5th, 2011 No comments

Massimo Fini è un bravissimo scrittore e giornalista, ed uno dei pochi filosofi rimasti oggi, filosofo nel senso che pensando agli uomini e alla società ricerca le idee, gli ideali, i valori che rendono gli uomini veri uomini, e se qualcuno lo accusasse di pessimismo probabilmente lui risponderebbe “non è colpa mia se quei valori e quegli ideali non li trovo più da nessuna parte”.

Questo libro che Massimo Fini ha chiamato tristemente e ferocemente “Senz’anima” è una raccolta di suo articoli dal 1980 al 2010 per descrivere il progressivo svilimento della società italiana, con un popolo preda del consumismo e del clientelismo, e un potere arrogante e menefreghista che con Craxi o con Berlusconi si gode i soldi, le ville e le prostitute procacciate dai solerti aiutanti.

Fini, come Montanelli, è di destra (anche se Massimo fini e Gianfranco Fini non sono fratelli o in alcun modo legati) e critica lo spazio avuto da tanti intellettuali nel mondo della cultura solo per la loro tessera di partito, ma in generale critica l’assenza di veri intellettuali, di persone che abbiano delle idee, indipendentemente da quali siano queste idee, purtroppo in Italia sono pochi quelli che hanno questa sensibilità, cioè che sentino la mancanza di poter leggere, poter ascoltare, poter dialogare ed anche litigare con delle persone interessanti, acculturate e intelligenti. Sono troppi decenni che gli italiani sono abituati ai discorsi semplici e rassicuranti della televisione, e avere davanti qualcuno che ti dipinge un quadro della realtà più complesso e meno tranquillizzante, costringendoti a riflettere e ad abbandonare pregiudizi e luoghi comuni, è qualcosa che, quando proprio non fa paura, almeno fa venire mal di testa e una certa agitazione.

Massimo Fini è un antimodernista, nel senso che, come faceva Pasolini, guarda indietro al mondo preindustriale con rimpianto, e questo è il suo limite. Non che non condivida l’apprezzamento per tutte le cose belle del passato che la modernità ha distrutto, neanch’io ho fiducia nella democrazia e nella direzione verso cui sta andando la società, ma è utopico pensare di poter tornare indietro, anche se è vero che qualche volta si può evitare di andare avanti per forza.
Con le sue critiche continue Fini manca di fornire delle alternative possibili che non siano anacronistiche, quantomeno in questo libro, inoltre questa sua continua negatività, nel senso di questo suo criticare sempre e analizzare sempre gli aspetti peggiori degli uomini e della società, può finire per stancare un po’, soprattutto dopo un libro così lungo.

Ma a parte i difetti spiegati è certamente un libro da leggere, anche se certo visto l’argomento non è una lettura piacevole, ma è di quelle esperienze che serve a ricordarti cosa non devi diventare e come non devi agire, e se uno non fosse cosciente dei difetti tipici dell’Italia fornisce una bella carrellata di molte delle cose peggiori che si possono trovare nella società italiana.

La parte più bella e in cui Massimo Fini tira fuori la parte migliore di sé credo sia l’inizio, l’articolo in cui descrive la vita nella Milano 2 costruita qualche anno prima da Berlusconi, una città fredda come un cadavere, in cui c’è verde ma i bambini non possono giocare per non rovinare le piante, la chiesa senza inginocchiatoi e con il prete che sembra un manager, senza alcuna storia, con in negozi vuoti durante la settimana perchè tutti lavorano a Milano e non c’è nessuno e l’assoluta mancanza di qualunque altro tipo di edifici (niente scuole, parchi giochi, biblioteche, cinema), tanto che i bambini e gli adulti quando non lavorano non sanno cosa fare…
E’ un ritratto penoso e che mette in luce una grande sensibilità da parte di Massimo Fini, ed è messo all’inizio del libro perchè quel ritratto di Milano 2 è poi diventato il destino dell’Italia di oggi, modellata come Milano 2 da Berlusconi a sua immagine e somiglianza, tanto che non si può più capire quando Belusconi sia arrivato e abbia mantenuto il potere perchè gli italiani di oggi lo invidiano ed ammirano, e quanto sia stato Berlusconi a far diventare con le sue televisioni ed il suo esempio gli italiani simili a lui.

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Biografia di Indro Montanelli – di Paolo Granzotto

February 14th, 2011 No comments

Paolo Granzotto è stato uno dei giornalisti de “Il Giornale” di Montanelli ed un suo amico per diversi anni, ed ha scritto questa biografia, che si chiama appunto semplicemente “Montanelli” (edito dalla casa editrice “Il Mulino” per la collana “L’identità italiana”).

Granzotto ripercorre tutta la lunga carriera di Montanelli, dai primi passi al tempo del fascismo fino agli ultimi anni della lotta con Berlusconi e della sua “adozione” da parte dei suoi vecchi nemici di sinistra. Montanelli aveva già dettato a Tiziana Abate la sua storia in una serie di interviste nei suoi ultimi anni di vita, e che poi è stata pubblicata dopo la sua morte col titolo di “Soltanto un giornalista” (potete trovarlo qui su Amazon), e si può dire che più o meno Granzotto racconti le stesse cose, solo aggiunge alcuni particolari della vita e del carattere di Montanelli che aiutano a capire meglio che uomo fosse.

Il libro di Tiziana Abate basta per ripercorrere la vita di Montanelli, e non è necessario fare qui un riassunto, potete anche leggervi la pagina di wikipedia su di lui se non la conoscete, qui ci limiteremo ad analizzare le cose in più che ci sono nel libro di Granzotto.

L’autore non vuole far apparire Montanelli come un uomo perfetto o un profeta, descrive la sua solitudine ed incapacità di avvicinarsi abbastanza alle persone, tanto da dire che non ha mai potuto avere dei veri amici, la sua incapacità finanziaria, la sua poca attitudine a fare il direttore del giornale, i suoi periodici momenti di depressione…

Una cosa in particolare, che io supponevo ma di cui non avevo prove, è dimostrata da questo libro: Montanelli amava parlare per esempi, e quando succedeva che non ci fosse nessun fatto particolare che servisse per spiegare e riassumere il carattere di una persona o di un fatto lui ne inventava uno, mettendo in bocca a personaggi famosi o storici frasi che non avevano mai detto ma che erano verosimili ed esprimevano il pensiero di Montanelli su quella persona o quell’argomento.
Il fatto più famoso fu quando disse di avere incontrato per caso Hitler in Polonia durante l’invasione all’inizio della seconda guerra mondiale, e che Hitler vedendolo in abiti civili si fosse fermato a chiedere chi fosse, e saputo che era italiano si era messo a fargli un discorso urlato di 20 minuti sull’unione tra tedeschi e italiani. Anche Tiziana Abate raccontò la stessa storia nel libro dicendo che Montanelli l’aveva raccontata una volta mentre erano in un bar con la sua bambina, e lui ricordava come gli unici due grandi uomini che non aveva potuto incontrare fossero stati Stalin e Mao, allora per fare bella figura con la bambina si inventò l’incontro con Hitler.

Può sembrare strano questo comportamento di Montanelli, sia come scrittore che come giornalista, visto che normalmente si pensa che il giornalista dovrebbe raccontare la verità così com’è senza ricamarci sopra, e lo storico dovrebbe attenersi ai documenti e alle testimonianze sicure che ha, ma il modo di fare giornalismo e di spiegare la storia di Montanelli era questo: un personaggio più o meno importante veniva descritto in maniera fugace da una sua caratteristica particolare che metteva in luce il suo carattere, così Franco era quello che gli aveva detto, guardando la foto di Mussolini a Piazzale Loreto “lo hanno legato male” (cosa che quasi certamente lui non ha mai detto), e Berlusconi era “un bugiardo nato, così abituato a mentire dal finire col credere lui stesso alle cose che dice”. Tuttavia inventando cercava solo un modo migliore per descrivere la verità, in maniera che il lettore rimanesse colpito, le parole gli rimanessero impresse, ed il senso risultasse chiaro e facile da ricordare, non creava casi che non esistevano né gonfiava fatti che non avevano importanza.

Ciò che esce dalla figura tratteggiata da Granzotto è soprattutto la grande dignità di Montanelli, il suo non piegarsi mai di fronte a nessuno. Certo aveva sicuramente anche un po’ di arroganza, o quantomeno coscienza di essere il miglior giornalista italiano e di essere tra i pochi in Italia a poter girare a testa alta perchè non aveva mai rinnegato il suo passato né servito nessun padrone, ma non gli si può dare torto in questo perchè è tutto vero, ed alla fine nonostante la venerazione cieca di molti dei suoi lettori non si è mai realmente montato la testa. E poi l’ambizione di Montanelli era se non altro pulita: voleva essere famoso, voleva che la gente lo leggesse e lo capisse, ma non si vendette mai per quella fama né cercò mai di conquistarsi l’amore e l’attenzione del pubblico in maniera diversa dal cercare di scrivere cose vere ed interessanti.

Agli italiani manca la capacità di stare a testa alta nelle avversità, ed anche quella di non fare di tutto pur di guadagnarsi il successo, manca un’etica dell’onesta e del lavoro, è soprattutto per questo che la vita di Montanelli è stata molto importante e deve essere un esempio per tutti.

Indro Montanelli, il più grande giornalista italiano del XX secolo

February 13th, 2011 No comments

Mi fa piacere dedicare a Indro Montanelli il primo articolo di questo sito, perchè le finalità a cui esso mira sono le stesse che hanno spinto Montanelli a continuare a lavorare per 70 anni: mostrare al lettore uno squarcio di verità che lo renda un uomo ed un cittadino migliore, la verità degli occhi di un testimone che vede i fatti ed i protagonisti e li giudica col suo metro, la sua sensibilità, il suo cervello e il suo cuore, insomma la sua verità, l’unica verità di cui qualunque uomo possa essere certo.

In Italia ci sono stati solo tre giornalisti famosi che hanno capito l’essenza del popolo italiano e quindi il modo in cui bisogna rivolgersi ad esso: Montanelli, Biagi e Funari. Tutti e tre sapevano che gli italiani sono ignoranti, e che i potenti che li dominano hanno sempre giocato con questa ignoranza in maniera da non fargli capire che cosa stesse succedendo, quindi il giornalista per fare il suo mestiere in Italia deve scrivere in maniera il più possible semplice e comprensibile per tutti, certo questo si applica ai giornalisti di tutto il mondo e Montanelli lo aveva imparato a Chicago (“deve poterti capire anche il lattaio dell’Ohio“), ma è vero soprattitto in Italia.

Montanelli divenne famoso soprattutto per fortuna: ai tempi dello scoppio della guerra si trovava in Germania e assistette al discorso di guerra di Hitler al parlamento, poi seguì i tedeschi in polonia e, quando venne cacciato perchè i tedeschi avevano capito che parteggiava per i poveri polacchi che attaccavano i panzer con la cavalleria, se ne andò in Estonia, che dopo poco sarebbe stata invasa dai russi, e poi in Lituania e in Finlandia, dove fu l’unico italiano (almeno inizialmente, poi viste le sue cronache sgradite ai tedeschi Mussolini mandò anche un altro giornalista del Popolo d’Italia) ad assistere alla guerra d’inverno con la Russia, raccontando l’eroica resistenza dei finlandesi per cui anche il popolo italiano, leggendolo, parteggiava. Seppe trovarsi sempre al memento giusto, un po’ per fortuna e un po’ capendo in anticipo quelli che dovevano essere gli accordi tra Hitler e Stalin e i piani di quest’ultimo sulla scandinavia, e da lì ebbe inizio la sua grande carriera.

In un paese diverso forse Montanelli non sarebbe stato così speciale: la sua abilità nel tratteggiare i caratteri dei grandi uomini che incontrava era sicuramente fuori del comune, ed aveva una grande capacità di analisi sia della situazione presente che del passato, e una ironia e una capacità di semplificazione che lo rendevano in grado di farsi capire da chiunque, ma non è tuttavia per queste sue doti che è stato così importante per l’Italia. L’esempio che ha dato Montanelli è stato prima di tutto politico e umano: è stato uno dei pochissimi a non aver finto di non essere mai stato fascista, a non rinnegare e nascondere per pura convenienza il passato suo e del suo paese, ad additare gli assassini, gli approfittatori, e coloro che si erano venduti al nuovo potere per un piatto di minestra, come già in passato avevano fatto col fascismo. Questa rettitudine, questo non voler piegare la schiena e chiudere gli occhi, che al di fuori dell’Italia sarebbero certo delle doti meritevoli ma non così eccezionali, in Italia sono merce rarissima, cosa che gli valse sempre il rispetto di tutti: amici e nemici, democristiani e comunisti, finanche ai terroristi delle brigate rosse che gli spararono. Solo gli intellettuali italiani lo hanno per buona parte sempre cordialmente odiato, in parte perchè lui se ne stava fuori dal coro, cosa che in qualunque ambiente in Italia è malvista, e probabilmente molto per invidia, perchè lui rappresentava quello che loro avrebbero dovuto e potuto essere, ma avevano coscientemente scelto di non essere.

Credo che la cultura, l’umanità, consistano sostanzialmente nell’essere se stessi, nel non farsi comprare o spaventare dal mondo, poi certo non tutti sono dei geni e ci sarà sempre chi ha molto da dare e chi ha poco, ma la cosa più importante è lo spirito con cui si vive e con cui si dà quello che si ha, e un uomo anche non particolarmente intelligente o con grandi capacità ma che va per la sua strada e cerca di aiutare gli altri sarà sempre superiore a chi, pur dotato di grande intelligenza e profondi studi, si è venduto al servizio del potere. Oggi questi uomini li possiamo vedere tutti in televisione: Sgarbi, Vespa, Ferrara, Feltri… ma in realtà sono tanti di più perchè ci sono tutti i loro piccoli imitatori che aspirano a sostituirli, e invece Montanelli rimane solo nei suoi libri e in qualche registrazione televisiva, per questo per chi aspira a quel modello guardare la televisione oggi è qualcisa che sta a metà tra la tortura ed il veleno, e consiglio infatti di non guardarla, o limitarsi al massimo a “Chi vuol esser milionario?”, qualche documentario sugli animali, qualche cartone animato, e le previsioni del tempo. Tutto il resto è come il tabacco: NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE.

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