Archive

Posts Tagged ‘storia’

Addio a questi mondi – di Enzo Biagi

July 12th, 2011 No comments

Il titolo di questo libro di Enzo Biagi dice già molto: "addio a questi mondi" sottende un qualche rimpianto per quel periodo passato che è definitivamente finito. In questo libro si trovano molte delle interviste di Biagi a protagonisti delle tre dittature del fascismo, del nazismo, e del comunismo russo, ma soprattutto sono interviste ai parenti dei protagonisti o alle vittime di quelle dittature: come i figli di alcuni gerarchi nazisti, la nipote di Stalin e la figlia di Krusciov, o Primo Levi.

Quei mondi erano l'ordine mondiale in cui Enzo Biagi era nato, era vissuto sotto il fascismo, aveva combattuto nazismo e fascismo, e poi era vissuto per 45 anni nella guerra fredda col pericolo dell'invasione sovietica. Il nuovo mondo che è nato a partire dagli anni novanta, quello delle banche e delle multinazionali che dominano il mondo, della globalizzazione, del terrorismo, delle guerre preventive e dei bombardamenti di pace, non gli piaceva e pensava che il mondo non stesse migliorando rispetto al passato, da qui probabilmente quel nostalgio "addio" nel titolo.

Si tratta di un libro da leggere obbligatoriamente se si vuole capire il novecento e quello che volevano dire realmente quelle tre dittature, questo perchè la storia raccontata più o meno freddamente nei libri è sempre fredda, fatta di date, nomi e cifre, ma in realtà ci sono state delle persone vere che hanno vissuto quegli avvenimenti, persone che avevano le loro fedi, le loro paure, le loro idee, che cercavano di sopravvivere, di ottenere ciò che volevano, o di scappare. Se non si considera questo l'esistenza del fascismo, e soprattutto del nazismo e del comunismo, specie durante Stalin, sembrano insensati e impossibili; inoltre è molto negativa l'abitudine che si è preso dopo la guerra di dipingere tutti e tre questi regimi e coloro che li dominavano come il male assoluto, una certa parte della facilità con cui gli americani hanno potuto invadere il medioriente in questi anni è dovuta al paragone che facilmente si è fatto tra Saddam, i talebani, Bin Laden o Gheddafi e Hitler, giungendo alla conclusione che così come Hitler doveva essere sconfitto e ucciso, così doveva accadere anche per i leader dei paesi arabi, dimenticando che Hitler aveva invaso l'europa e non c'era altra scelta che combattere, mentre gli arabi sono molti secoli che non invadono più nessuno, e tante altre incongruenze che è inutile stare ad elencare. Questo deriva dal fatto che non si è mai cercato di riportare la visione di quegli anni ad un punto di vista umano, e si è così anche evitato di considerare le responsabilità del resto del mondo (ad esempio il fatto che Hitler non fosse stato chiaramente avvertito che avrebbe scatenato una guerra mondiale invadendo la polonia, o gli ebrei che erano rifiutati anche dagli inglesi prima della guerra, i campi di concentramento che non furono mai bombardati, le bombe atomiche e i bombardamenti a tappeto a Dresda e Tokyo quando la guerra era già vinta, tutte crudeltà che non sarebbero state giustificabili se non dicendo che si combatteva contro il diavolo in persona).

La storia è una storia di uomini, e le interviste di Biagi aiutano a ricordarlo, e a domandarsi perchè tante persone hanno creduto in certi leader o in determinati valori che oggi sembrano ridicoli o insulsi (basta rivedere i filmati di Mussolini che fa le sue smorfie alla folla da palazzo Venezia). E ancor di più ci aiutano a chiederci che cosa penseranno di noi le generazioni future? Quanto appariremo ridicoli e insulsi per avere creduto in Berlusconi, o nel terrorismo internazionale, o nelle banche?

Secondo me se le smorfie di Mussolini oggi appaiono ridicole, i discorsi di Berlusconi appariranno patetici.

Categories: Recensioni Tags: ,

L’età degli imperi di Eric J. Hobsbawm

June 28th, 2011 No comments

Oggi imperialismo fa rima con antiamericanismo, ed è una parola che come borghesia, lotta di classe, o proletari debba essere propria degli ultimi irriducibili comunisti.
In realtà la politica mondiale americana, pur con le diversità proprie degli americani e dell'epoca moderna, ha molti punti in comune con l'imperialismo britannico o romano, quindi è una definizione storicamente sensata.

L'età degli imperi di Eric J. Hobsbawm ci porta indietro al tempo di massima espansione delle potenze europee dall'ultimo quarto del diciannovesimo secolo alla prima guerra mondiale. Quasi tutto il mondo allora era stato colonizzato, o si trovava in uno stato di servaggio come la Cina e il sud America, c'era un impero inglese, uno francese, uno tedesco, e i resti dei vecchi imperi spagnoli e portoghesi, più le colonie olandesi e belghe, pur senza titoli imperiali.

Questa epoca del colonialismo viene analizzata da Hobsbawm dal punto di vista delle conquiste sociali e tecnologiche che poi hanno caratterizzato il ventesimo secolo: l'urbanizzazione, la scolarizzazione, la democratizzazione degli stati, l'emancipazione femminile, le rivoluzione nei campi della scienza e delle arti con i raggi x e la teoria della relatività, o il cubismo di Picasso; inoltre il libro cerca di comprendere come la borghesia liberale abbia tenuto il potere in questo periodo per poi perderlo in favore dei grandi movimenti di massa socialisti e nazionalisti, e dopo la guerra anche fascisti, nazisti e comunisti. Tutto questo quadro infine serve per cercare di spiegare come mai si è finiti per arrivare alla prima guerra mondiale, non per cercare delle colpe da gettare su qualcuno ma per comprendere quali sono i meccanismi che negli ultimi anni prima del 1914 avevano reso una guerra generale inevitabile nonostante nessuno dei governanti la desiderasse.

Se la storia è maestra di vita il capire che cosa portò alla tragedia della grande guerra può aiutarci ad evitare che qualcosa di simile accada. Oggi ad esempio né europei, né americani, né cinesi, né russi vogliono la guerra, gli americani sono i soli a combattere, ma sempre contro entità militarmente inesistenti coma la Libia o l'Iraq, guerre in cui la maggior parte dei morti sono dovuti al fuoco amico e ad incidenti degli elicotteri o dei camion; tuttavia la crisi economica che impoverisce gli stati e la lotta sempre più accanita per le risorse potrebbero anche scatenare una terza guerra mondiale, nonostante il mondo moderno sia ormai dominato dall'economia e dal commercio e nessuno stato abbia interesse ad interrompere la pace per una guerra che rischierebbe di essere nucleare e di distruggere il pianeta. Se non sarà solo la Grecia ad essere sull'orlo della bancarotta ma qualche paese più potente come ad esempio la Francia, non è irragionevole pensare ad un ritorno di fascismo e nazismo per risolvere i problemi economici, come già accadde in Italia e in Germania, e delle dittature sarebbero una variabile molto più pericolosa delle deboli democrazie attuali.

Le odierne democrazie occidentali sono morenti come i governi liberali della fine dell'ottocento, il punto è se saranno sostituite semplicemente da dittature militari di vecchio stampo oppure se esiste la possibilità di una evoluzione positiva e pacifista della attuale situazione politica. Conoscere le idee, gli atteggiamenti, e gli errori che furono commessi un secolo fa, sicuramente può aiutare a trovare delle buone strategie per il futuro, nonostante la situazione sia di certo molto grave, sia per l'attuale debolezza del potere centrale, sia per i gravi problemi che i singoli stati e l'umanità si trovano ad affrontare: l'aumento della povertà, le grandi concentrazioni di denaro e potere nelle mani di poche centinaia di uomini, e grandi migrazioni dall'Africa e, in misura minore, dall'America latina e dall'Asia verso gli stati più ricchi, le nazioni più deboli che non sono ancora padrone del loro territorio e delle loro risorse, le nazioni più ricche che hanno una popolazione sempre più stupida, ignorante, egoista ed indolente...

L'età degli imperi di Eric J. Hobsbawm è un libro fondamentale per capire il ventesimo secolo e l'epoca moderna, anche alla luce del fatto che quella era un'epoca in cui c'era meno ipocrisia rispetto ad oggi e non ci si inventava la scusa dei "crimini contro l'umanità" per fare guerre coloniali, e le colonie venivano chiamate colonie, non "paesi in via di sviluppo", e si imponeva per legge che non potessero industrializzarsi e dovessero commerciare solo con la madrepatria.

Viktor Frankl e il significato della vita nel campo di concentramento di Auschwitz

June 13th, 2011 No comments

Viktor Frankl è stato un famoso psicologo del secolo scorso, fu catturato dai nazisti e tenuto prigioniero in vari campi di concentramento tra cui Auschwitz. Il suo libro “Uno psicologo nei lager” racconta l’esperienza della sua prigionia, ma lo fa in maniera unica rispetto a tutti gli altri racconti di progionieri dei lager, Viktor Frankl infatti per riuscire a sopravvivere a quelle condizioni di vita si mette a studiare i suoi compagni di prigionia, cercando di capire cosa li spingeva a vivere nonostante tutto e cosa invece spingeva altri ad abbandonarsi e lasciarsi morire.

Questo studio sul significato della vita nei lager, una volta finita la guerra Viktor Frankl lo elaborò più genericamente come studio sul modo di dare un significato alla vita e infondere quindi speranza e fiducia in persone infelici e depresse. Questo segnò l’inizio della logoterapia, una scuola di psicoterapia che si contrappone alle idee di Freud in quanto secondo la classica psicoterapia freudiana il paziente deve tornare indietro nel tempo fino all’evento traumatico che è stato causa dei suoi problemi attuali, mentre la logoterapia guarda avanti, cerca di far trovare al paziente dentro di sé una buona ragione per cui vivere ed affrontare le sue paure e i suoi limiti, partendo dal presupposto che l’obiettivo della psicanalisi è il bene del paziente, non arrivare a capire che cosa ha causato il suo malessere decenni prima (sempre che ci sia realmente una causa passata come sosteneva Freud). Se il paziente trova il coraggio di affrontare le sue paure poi le supera naturalmente, senza bisogno di capire che cosa le ha causate.
Frankl fa un esempio di una persona che era venuta a parlargli perchè era stato in cura alcuni anni da uno psicologo perchè si sentiva insoddisfatto del suo lavoro, e lo psicologo continuava a dirgli che doveva riappacificarsi col padre, perchè il padre era il simbolo dell’autorità e quindi doveva essere la causa dei suoi problemi coi superiori. Frankl gli chiese semplicemente se gli piacesse il lavoro che faceva, e venne semplicemente fuori che era quello il problema, cambiò lavoro facendo quello che avrebbe voluto fare quando era ragazzo e riuscì ad avere successo, e stette subito meglio.

Il libro “Uno psicologo nei lager” è diviso in due parti: nella prima Frankl racconta la sua esperienza nei campi di concentramento, nella seconda parla delle sue teorie sulla logoterapia facendo degli esempi di suoi pazienti o di compagni del lager.
Si tratta di un libro molto particolare, che non si sofferma sull’orrore o le sofferenze, non cerca di ispirare pietà, è una visione lucida di quei momenti, per quanto potesse essere lucido il suo ricordo vista la debolezza fisica e psicologica, e non è un libro indirizzato agli esperti del settore ma è fatto per la gente comune, perchè quella del lager è una situazione eccezionale, è vero, ma anche nella vita di tutti i giorni gli uomini si disperano facilmente, anche di fronte a problemi semplici o addirittura inesistenti. Tutti gli uomini in qualunque situazione hanno bisogno di dare un significato alla loro esistenza, e deve essere un significato che vada oltre il “devo resistere!” ripetuto all’infinito, deve essere qualcosa che si desidera fare, persone a cui si desidera stare vicino, nuove idee che si vuole diffondere e a cui si vuole dare concretezza, o anche solo l’idea che ci sia un Dio o un Destino che ne sa più di noi e che ci fa vivere certe esperienze dolorose per una qualche ragione.

Un’altra parte molto bella del libro è quella in cui parla dei suoi carcerieri, e ricorda come ci fosse una guardia che ogni tanto di nascosto gli dava qualche briciola del suo pranzo, dandogli così molte possibilità in più rispetto agli altri di sopravvivere; oppure di come ad Auschwitz dopo l’arrivo degli americani un gruppo di prigionieri avesse fatto fuggire il direttore del campo nascondendolo nei boschi lì vicino e fosse poi tornato dal comandante degli americani dicendogli che gli avrebbero consegnato il direttore solo a condizione che non gli fosse fatto nulla, perchè aveva fatto il possibile per aiutare i prigionieri più che poteva. D’altro canto i kapo, cioè i prigionieri a cui le SS davano autorità nei confronti degli altri prigionieri e che fungevano da intermediari con le guardie, erano quasi sempre peggiori delle SS, più crudeli e sadici nel colpire gli altri prigionieri anche solo per il semplice gusto di farli soffrire. Anche quelle sono scelte di vita, le guardie a volte riuscivano a ritenere in sé un po’ di umanità e la esprimevano aiutando come potevano qualche prigioniero, i prigionieri invece potevano scegliere di allearsi coi loro carcerieri e diventare peggio di loro, tutto dipendeva dal fatto che riuscissero o meno a dare un significato alla loro vita.

Questo libro è consigliato anche da Bob Proctor, il famoso speaker motivazionale americano, è infatti un testo molto utile per chi ha bisogno di crescere e trovare fiducia in se stesso, per chi vuole capire meglio se stessi e gli altri, perchè come dice Bob Proctor “fondamentalmente siamo tutti uguali”, e a seconda dei casi della vita e della storia possiamo trovarci ad essere prigionieri, guardie, direttori o kapo. Ma possiamo almeno riuscire ad evitare di scegliere di fare i kapo.

La storia maestra di vita – Historia magistra vitae

June 7th, 2011 No comments

Historia magistra vitae
(Cicerone, De Oratore, II)

La poesia si avvicina alle verità essenziali più della storia.
(Platone)

La teoria della storia maestra di vita si basa sull’idea che conoscendo gli errori passati sia possibile non ripeterli in futuro, ed anche trarre dei generali insegnamenti morali su come ci si deve comportare vedendo gli errori del passato come anche le cose ben riuscite.
Oggi, in un’epoca in cui siamo sommersi di libri e di informazioni, vi sono migliaia e migliaia di libri di storia su più o meno ogni argomento, tuttavia gli italiani (ma in misura minore anche gli stranieri), sono sempre più ignoranti dell’argomento, soprattutto i giovani. Questo mondo moderno è come una piovra che ti avvolge coi suoi tentacoli, solo che invece di divorarti si ciba di te poco a poco, facendoti vivere in un mondo di eterno presente, in cui non si sa, né si vuole sapere, nulla del passato, e non si ha nessuna attenzione o preoccupazione per il futuro prossimo e remoto. Questo mondo di nevrotici ricchi e infelici è un mondo di ignoranti, ma la cosa che la gente più ignora è che siano esistiti, o che esistano tuttora sulla terra, popoli che vivono diversamente: che non hanno i soldi come pensiero cardine della vita; non si fanno chiamare “ragazzi” fino a quando hanno 40 anni; lavorano nei campi, nelle miniere, nelle fabbriche o come artigiani quasi tutto il giorno e non sono stressati; hanno degli ideali derivanti dall’educazione dei genitori e dallo stato e dall’epoca in cui vivono, dalla loro filosofia e dalla loro religione.

Un uomo moderno che si trova faccia a faccia con esempi di epoche passate cosa può pensare di se stesso? La persona che segue Berlusconi pensando che sia un grande statista cosa penserebbe se si trovasse a paragonarlo con De Gasperi, Giolitti, Napoleone o Augusto? Chi si trova ad andare a votare a testa bassa in Italia partiti che sono solo uno peggiore dell’altro che cosa penserebbe di se stesso confrontandosi con i francesi che hanno lottato per la rivoluzione? Chi è giovane e come unico obiettivo nella vita si trova finire la scuola, andare all’università e cercare di divertirsi il più possibile, e poi chissà… che cosa penserebbe di grandi moti ideali come la resistenza della repubblica romana, la grande marcia di Mao, o il sentiero di Ho Chi Minh?
Ma il problema è che la storia si fa col sudore e col sangue, proprio ed altrui, bisogna essere disposti a soffrire, a morire (o almeno a rischiare di morire), e spesso anche a uccidere, perchè i grandi cambiamenti, e spesso anche i piccoli, non arriverebbero mai se si aspettasse sempre che essi fossero “concessi dall’alto”. Oggi invece non c’è nessuno spirito di sacrificio, e paradossalmente la nostra è la società con più problemi psichici della storia dell’umanità: stress, nevrosi, paure di ogni genere, incapacità relazionali, violenze domestiche e stalking, droga e alcolismo, e una insoddisfazione generale che colpisce quasi tutti, dal milionario che non sa come spendere la sua esistenza perchè ha già tutto al precario che non si sente padrone della sua vita perchè non sa se domani avrà ancora un lavoro. Il paradosso sta nel fatto che se la gente è così infelice e insoddisfatta perchè non si dà da fare per cambiare le cose?

Credo che la ragione di questa inerzia stia nella storia, nel modo in cui la gente comune conosce e interpreta la storia del suo paese come anche la sua storia personale. La visione della storia non è, infatti, qualcosa di limitato alla Storia con la s maiuscola, ognuno ha anche un suo passato da interpretare e con cui convivere, e quel passato plasma l’idea che quella persona ha di se stesso, compreso quello che sa e non sa fare e quello che desidera essere.
Le persone di oggi apparentemente vivono in un mondo enormemente più libero e ricco di possibilità che in passato, quando spesso nascevi e morivi in un posto senza mai vedere nessun altro luogo, e facevi il mestiere di tuo padre o di tua madre. Tuttavia gli uomini finiscono per autolimitarsi perchè la società insegna molte cose ma non come si fa ad essere padroni di se stessi, cosa vuol dire sacrificarsi per qualcosa o qualcuno; così facendo finiscono per vivere solo per valori materiali e immediati: i soldi, il piacere, la moda, la carriera e il prestigio sociale, e lo fanno soprattutto perchè nessuno gli ha mai insegnato che potrebbero essere persone diverse, che potrebbero fare delle cose migliori nella loro vita.

Prendiamo come esempio i ragazzini che ammirano i ragazzi di Amici di Maria de Filippi, o i tronisti, o le veline, non lo fanno perchè siano nati stupidi o senza ambizioni, ma perchè non vedono nessun altro esempio diverso. Chi è che oggi potrebbe voler fare l’intellettuale quando l’unico “intellettuale” che si vede in televisione è Sgarbi che urla e insulta a casaccio tanto per fare audience? Chi è che potrebbe pensare di fare il medico, aiutare gli altri, o fare il ricercatore, quando in televisione si vedono solo servizi sulle operazioni di chirurgia plastica delle star, e nessuna storia di medici che raccontano di pazienti a cui hanno salvato la vita?
Questi ragazzi vivono in una vita di plastica, in cui nulla ha realmente valore e tutto è usa e getta, perchè non riescono a immaginarsi diversi da così, né ad immaginare un mondo diverso. La storia invece insegna che ci sono tantissimi modi diversi di vivere, e che questi modi sono in continui cambiamento, a volte rapidamente e a volte lentamente, ma sempre inesorabilmente. Solo che se non si è attivi, se non si fa qualcosa per cambiare e non si riflette su cosa e come si vuole cambiare, si finirà per essere dalla parte di quelle persone passive che subiscono solo il cambiamento, che accettano quanto deciso dagli altri. E’ curioso come oggi uno come Berlusconi od Obama possa sembrare, grazie alla televisione, molto più lontano ed irraggiungibile di uno come il re Sole, o qualche imperatore romano; il popolo minuto in passato non è che credesse che queste persone fossero diverse da loro, credevano solo che per diritto di nascita a quelle era toccato di comandare, e a loro di servire, mentre oggi c’è, nei confronti delle persone che stanno in televisione, una sorta di senso di inferiorità da parte della gente comune, inferiorità che può essere colmata solo dal raggiungere la notorietà diventando famosi; mentre invece in passato si poteva pensare di elevarsi socialmente cambiando la società e le regole che la organizzano, oggi nessuno pensa che il “sistema” sia ingiusto e vada cambiato, questo soprattutto negli ultimi anni con l’arrivo del grande fratello e del gossip ad ogni ora del giorno e della notte, perchè ora chiunque dal niente, senza fare niente, senza saper fare niente, e senza sapere niente, può diventare famoso con un po’ di fortuna, mentre in passato nessuno poteva diventare re, duca o barone nascendo contadino.

Lo studio della storia non è semplicemente la memorizzazione di fatti e date, è lo studio dell’uomo e di tutto quanto di bene e di male non solo ha fatto, ma soprattutto è in grado di fare. Studiare la storia significa amare l’uomo e se stessi, comprendere meglio chi siamo ed imparare ad avere un miglior rapporto con gli altri, perchè fino a quando il tuo orizzonte è ristretto e pensi solo all’immediato che sta sotto il tuo naso sarai sempre egoista e infelice.
Oggi si dà molta più importanza alle materie scientifiche per via dei grandi progressi che si continuano a fare e che sono sotto gli occhi di tutti, e non è sbagliato perchè è necessario il progresso scientifico per risolvere i problemi dell’inquinamento, della mancanza di risorse, della sovrappopolazione, tuttavia anche la storia, la morale e il diritto sono importanti: che senso ha che qualche ricercatore scopra come salvare dei bambini da qualche malattia rara, se poi degli altri bambini vengono uccisi sotto i bombardamenti della nato o muoiono di fame perchè è nell’interesse delle nazioni ricche lasciare nella povertà e nella dipendenza lo stato in cui quei bambini sono nati? La scienza può salvare e costruire, ma molto più facilmente può uccidere e distruggere, è compito della storia insegnare quando le distruzioni sono inutili (cioè quasi sempre), e quali sono i valori e le imprese che sono degni di ammirazione per uno stato e per la singola persona.

Categories: Idee Tags: ,