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Viktor Frankl e il significato della vita nel campo di concentramento di Auschwitz

Viktor Frankl è stato un famoso psicologo del secolo scorso, fu catturato dai nazisti e tenuto prigioniero in vari campi di concentramento tra cui Auschwitz. Il suo libro “Uno psicologo nei lager” racconta l’esperienza della sua prigionia, ma lo fa in maniera unica rispetto a tutti gli altri racconti di progionieri dei lager, Viktor Frankl infatti per riuscire a sopravvivere a quelle condizioni di vita si mette a studiare i suoi compagni di prigionia, cercando di capire cosa li spingeva a vivere nonostante tutto e cosa invece spingeva altri ad abbandonarsi e lasciarsi morire.

Questo studio sul significato della vita nei lager, una volta finita la guerra Viktor Frankl lo elaborò più genericamente come studio sul modo di dare un significato alla vita e infondere quindi speranza e fiducia in persone infelici e depresse. Questo segnò l’inizio della logoterapia, una scuola di psicoterapia che si contrappone alle idee di Freud in quanto secondo la classica psicoterapia freudiana il paziente deve tornare indietro nel tempo fino all’evento traumatico che è stato causa dei suoi problemi attuali, mentre la logoterapia guarda avanti, cerca di far trovare al paziente dentro di sé una buona ragione per cui vivere ed affrontare le sue paure e i suoi limiti, partendo dal presupposto che l’obiettivo della psicanalisi è il bene del paziente, non arrivare a capire che cosa ha causato il suo malessere decenni prima (sempre che ci sia realmente una causa passata come sosteneva Freud). Se il paziente trova il coraggio di affrontare le sue paure poi le supera naturalmente, senza bisogno di capire che cosa le ha causate.
Frankl fa un esempio di una persona che era venuta a parlargli perchè era stato in cura alcuni anni da uno psicologo perchè si sentiva insoddisfatto del suo lavoro, e lo psicologo continuava a dirgli che doveva riappacificarsi col padre, perchè il padre era il simbolo dell’autorità e quindi doveva essere la causa dei suoi problemi coi superiori. Frankl gli chiese semplicemente se gli piacesse il lavoro che faceva, e venne semplicemente fuori che era quello il problema, cambiò lavoro facendo quello che avrebbe voluto fare quando era ragazzo e riuscì ad avere successo, e stette subito meglio.

Il libro “Uno psicologo nei lager” è diviso in due parti: nella prima Frankl racconta la sua esperienza nei campi di concentramento, nella seconda parla delle sue teorie sulla logoterapia facendo degli esempi di suoi pazienti o di compagni del lager.
Si tratta di un libro molto particolare, che non si sofferma sull’orrore o le sofferenze, non cerca di ispirare pietà, è una visione lucida di quei momenti, per quanto potesse essere lucido il suo ricordo vista la debolezza fisica e psicologica, e non è un libro indirizzato agli esperti del settore ma è fatto per la gente comune, perchè quella del lager è una situazione eccezionale, è vero, ma anche nella vita di tutti i giorni gli uomini si disperano facilmente, anche di fronte a problemi semplici o addirittura inesistenti. Tutti gli uomini in qualunque situazione hanno bisogno di dare un significato alla loro esistenza, e deve essere un significato che vada oltre il “devo resistere!” ripetuto all’infinito, deve essere qualcosa che si desidera fare, persone a cui si desidera stare vicino, nuove idee che si vuole diffondere e a cui si vuole dare concretezza, o anche solo l’idea che ci sia un Dio o un Destino che ne sa più di noi e che ci fa vivere certe esperienze dolorose per una qualche ragione.

Un’altra parte molto bella del libro è quella in cui parla dei suoi carcerieri, e ricorda come ci fosse una guardia che ogni tanto di nascosto gli dava qualche briciola del suo pranzo, dandogli così molte possibilità in più rispetto agli altri di sopravvivere; oppure di come ad Auschwitz dopo l’arrivo degli americani un gruppo di prigionieri avesse fatto fuggire il direttore del campo nascondendolo nei boschi lì vicino e fosse poi tornato dal comandante degli americani dicendogli che gli avrebbero consegnato il direttore solo a condizione che non gli fosse fatto nulla, perchè aveva fatto il possibile per aiutare i prigionieri più che poteva. D’altro canto i kapo, cioè i prigionieri a cui le SS davano autorità nei confronti degli altri prigionieri e che fungevano da intermediari con le guardie, erano quasi sempre peggiori delle SS, più crudeli e sadici nel colpire gli altri prigionieri anche solo per il semplice gusto di farli soffrire. Anche quelle sono scelte di vita, le guardie a volte riuscivano a ritenere in sé un po’ di umanità e la esprimevano aiutando come potevano qualche prigioniero, i prigionieri invece potevano scegliere di allearsi coi loro carcerieri e diventare peggio di loro, tutto dipendeva dal fatto che riuscissero o meno a dare un significato alla loro vita.

Questo libro è consigliato anche da Bob Proctor, il famoso speaker motivazionale americano, è infatti un testo molto utile per chi ha bisogno di crescere e trovare fiducia in se stesso, per chi vuole capire meglio se stessi e gli altri, perchè come dice Bob Proctor “fondamentalmente siamo tutti uguali”, e a seconda dei casi della vita e della storia possiamo trovarci ad essere prigionieri, guardie, direttori o kapo. Ma possiamo almeno riuscire ad evitare di scegliere di fare i kapo.

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